Respect.

•giugno 5, 2012 • Lascia un commento

Gottacontinua.

Siempre.

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Sangue blu

•maggio 20, 2012 • Lascia un commento

Immagine

Pare che la regina dello Swaziland sia oggetto, da un paio di giorni, di clamorosi sbeffeggi da parte della stampa internazionale a causa degli abiti e degli accessori sfoggiati nel corso di una visita alla Regina Elisabetta.

Secondo me questa non è affatto una gaffe, né la notizia andrebbe confinata al limitato e frivolo àmbito del gossip.

Piuttosto penso che si tratti di un’abilissima e geniale mossa diplomatica: la visita dei sovrani africani a Londra ha fatto in tal modo il giro del mondo, costringendo me (e, credo, svariati altri milioni di ignoranti d’ogni dove sul Globo Terracqueo) a precipitarsi su Google digitando “Swaziland”.

Brava, regina.

La luce nella mia cucina

•febbraio 17, 2012 • Lascia un commento

Ho trascorso le ultime tre ore nella mini cucinetta (con finestra: un lusso) del mio mini appartamento mono stanza, a fare un quintale di ragù. Perchè domani vado a casa dei soliti amici (gli unici, a quanto pare) di Neustadt a guardare la partita. Mi viene concesso il miracolo di poter guardare la mia squadra in streaming (come già specificato in precedenti post: no way in un bar normale e nemmeno con la mia sfigata connessione-chiavetta), e io, felice, cucino cosette per ringraziare dell’ospitalità.

Ho affettato cipolle, sedano, pomodori freschi, ecc., ho mescolato carne per secoli – mentre ascoltavo Strawinsky a un volume degno di nota; mentre sorseggiavo un’ottima Jever.

Poi, alla fine del lungo processo, quando non rimaneva altro da fare che tornare nella mono-stanza a cazzeggiare su internet aspettando che il tutto continuasse a sobbollire per ore, ho spento la luce della cucina.

In quel momento ho realizzato che non avevo la più pallida idea di che forma avesse il lampadario della mia pur striminzita cucina. E vivo qui da più di un anno.

Ho pensato: questo non è da me.

Allora ho riacceso la luce e guardato il lampadario, o meglio la fonte di luce.

Da bambina, conoscevo a memoria tutte le forme. La forma delle cose, quelle più vicine a me, almeno – La forma delle cose, non è il titolo di un romanzo?

Conoscevo a menadito ogni centimentro quadro dell’appartamento dei miei genitori perchè, semplicemente, boh, osservavo tutto. Sapevo a memoria le piccole imperfezioni dei muri, gli impercettibili graffi sul tavolo, la curva di alcuni degli scaffali piegati sotto al peso dei libri, la polvere sulle piume di struzzo infilate insieme ad alcuni elementi vegetali in un vaso in un angolo dimenticato dell’ingresso – quel vaso, per la cronaca, non mi è mai piaciuto.

Sbalordivo, letteralmente, alle descrizioni che gli adulti facevano delle stesse cose che vedevo io. Come puoi affermare, ad esempio, che quello è un quadrato rosso – con chiaro intento didattico, tra l’altro: spieghi alla piccola le cose del mondo – se è evidente che quello non solo è un rettangolo (non vedi la leggera differenza nelle misura dei lati, idiota?) ma è per di più fucsia, o perfino rosa scuro?

Ora, io non so se tutti i bambini che voi siete stati fossero come me. Non lo so perchè non ho mai parlato di queste cose con gli altri bambini, quando era il momento. Fatto sta che io ero così.

La cosa che con l’andare degli anni mi ha più lasciata esterrefatta, tuttavia, è stata scoprire che io stessa cominciavo a descivere le cose in quello stesso modo. Quadrato o rettangolo, non importa. Che perdevo attenzione: tipo stasera: è possibile che io non sappia come diavolo è fatto il lampadario della mia cucina, dopo un anno?

È stato come quella volta che ho scoperto che “i trentenni” non è che fanno vita più spartana e bevono di meno per le ragioni descritte dal sempreverde Peter-Pan Guccini (cfr. la canzone sulle osterie di Fuori Porta), è solo che nel corso del tempo hanno dovuto rinuciare prima a una bevanda, poi a un certo tipo di cocktail, poi ad altre cose ancora per averle bevute troppo, o per averle vomitate, per sentire una sensazione di profondo malessere al solo sentirle nominare o annusare. Sono sicura che qualcuno mi capirà se solo menziono l’esempio del rum e cola.

Insomma. Non è una decisione cosciente, è qualcosa a cui ti portano le esperienze. Forse crescendo si tende a semplificare le cose, per non impazzire. Più vieni messo a contatto con la complessità delle cose, più cerchi una via semplice per interpretarle. Anche perchè quello che vedi è talmente fuori da ogni logica che cominci a filtrare tutto, come si fa col brodo fatto in casa.

Ufficialmente, sono anche io una di quelli che non fanno caso alle cose. Che chiamano il rosa scuro rosso. Sono adulta? Non saprei. Ma ci importa qualcosa, di esserlo? Qual è il premio? Hai vinto un calcio nel culo, e la possibilità di seppellire i tuoi genitori con dolore dell’animo e dispendio economico per suppellettili quali lastre marmoree e decorazioni floreali. Nel frattempo, paghi l’affitto e le bollette, tutto da solo, come uno grande. Meglio per te che intanto tu abbia fatto dei figli e abbia un Dio a cui affidarti, altrimenti rischi di non capire il senso di quel che stai facendo.

Rimane una domanda: gli adulti che descrivevano alla presente piccola mente malata le cose in una maniera così evidentemente distorta erano effettivamente sempre stati incapaci di notare i preziosi dettagli del mondo, lo erano diventati o lo facevano consapevolmente per tentare di insegnarti, da subito, che è meglio semplificare e schematizzare, perchè un giorno avrai troppi schiaffi a cui far fronte per preoccuparti di siffatte sottili inezie?

 

 

…’might fit for Christmas also

•dicembre 23, 2011 • Lascia un commento

” […] The fire baloons! He saw the dim faces of dear relatives long dead and mantled with moss as Grandfather lit the tiny candle and let the warm air breathe up to form the baloon plumply luminous in his hands, a shining vision which they held, reclutant to let it go; for, once released, it was yet another year gone from life, another Fourth, another bit of Beauty vanished”.

Ray Bradbury, The Martian Chronicles, 1950.

Concatenazione di eventi

•dicembre 15, 2011 • Lascia un commento

Complici una recente visita dei miei genitori e alcune serate birra-per-cena, mi sono ritrovata con il frigo pieno di tonnellate di cibo, accumulatosi lì, da cucinare/riciclare/usare in qualche modo prima che andasse a male. È tre giorni che vado avanti a preparare conserve o pasti che qualche volta non mi va troppo di mangiare, ma sono ideati ad hoc per usare in una sola volta il maggior numero di ingredienti a rischio scadenza.

Quindi stamani, mentre proseguivo col mortalmente noioso lavoro in Fotosciòp di montaggio immagini e tavole per il libro, ho messo su una gigantesca amatriciana da stipare successivamente in barattoli di vetro. In questo modo ho potuto usare la pancetta e tre scatole di polpa di pomodoro un po’ attempate.

Alle undici, mentre il sugo finiva di cuocere, ho fatto il consueto caffè, che stavo bevendo davanti allo schermo. A circa metà tazza, però, mi sono accorta che l’amatriciana era cotta, e che dovevo trasferirla nei vasetti. Mi sono alzata e ho cercato i barattoli, accorgendomi che ne avevo solo due. Per procurarmi il terzo, sono stata costretta ad aprire un vasetto nuovo di Cetriolini Fini alle Erbette, pensando di trasferirne il contenuto nella confezione di plastica, con coperchio, della Mousse Delicata al Cioccolato Bianco di ieri, vuota e abbandonata nel lavello.

L’effetto domino provocato dall’amatriciana ha quindi coinvolto i cetriolini che, essendo troppi per l’ex-vasetto di mousse, sono stata obbligata a mangiare in parte. Dopo aver trasferito i sottaceti (per inciso, creando altro volume in cibo che dovrò consumare nel giro di un paio di giorni), ancora con l’ultimo cetriolino in mano, mi sono ricordata che prima di trasferire il sugo nel relativo barattolo avrei dovuto lavarlo. Qundi sono andata a prendere la tazza per lavare anche quella, già che c’ero, ma ho realizzato che conteneva ancora del caffè, ormai freddo, che comunque andava bevuto per pulire in fretta la tazza insieme al barattolo, di modo che quest’ultimo fosse pronto da usare prima che il sugo si raffreddasse perdendo il suo potere di auto-sterilizzazione una volta versato nel vasetto di vetro.

Però mi ritrovavo ancora questo cetriolino in mano.

Insomma, è andata a finire che senza riflettere mi sono cacciata in bocca il cetriolino sott’aceto alle erbette, annaffiandolo con una abbondante sorsata di caffè americano freddo e piuttosto amaro.

Se posso dare un consiglio, non fatelo mai.

Conseguenze DDL (nello stile DDR)

•ottobre 5, 2011 • Lascia un commento

Pubblico qui la lettera che stamani ho trovato al posto dell’articolo di Wikipedia che stavo cercando.

Mi è sembrato doveroso diffonderla, per quanto sia nelle mie limitatissime capacità.

Cara lettrice, caro lettore,

in queste ore Wikipedia in lingua italiana rischia di non poter più continuare a fornire quel servizio che nel corso degli anni ti è stato utile e che adesso, come al solito, stavi cercando. La pagina che volevi leggere esiste ed è solo nascosta, ma c’è il rischio che fra poco si sia costretti a cancellarla davvero.

Negli ultimi 10 anni, Wikipedia è entrata a far parte delle abitudini di milioni di utenti della Rete in cerca di un sapere neutrale, gratuito e soprattutto libero. Una nuova e immensa enciclopedia multilingue e gratuita.

Oggi, purtroppo, i pilastri di questo progetto — neutralità, libertà e verificabilità dei suoi contenuti — rischiano di essere fortemente compromessi dal comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni.

Il Disegno di legge – Norme in materia di intercettazioni telefoniche etc., p. 24, alla lettera a) del comma 29 recita:

«Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.»

Tale proposta di riforma legislativa, che il Parlamento italiano sta discutendo in questi giorni, prevede, tra le altre cose, anche l’obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine.

Purtroppo, la valutazione della “lesività” di detti contenuti non viene rimessa a un Giudice terzo e imparziale, ma unicamente all’opinione del soggetto che si presume danneggiato.

Quindi, in base al comma 29, chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto — indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive — di chiedere l’introduzione di una “rettifica”, volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti.

In questi anni, gli utenti di Wikipedia (ricordiamo ancora una volta che Wikipedia non ha una redazione) sono sempre stati disponibili a discutere e nel caso a correggere, ove verificato in base a fonti terze, ogni contenuto ritenuto lesivo del buon nome di chicchessia; tutto ciò senza che venissero mai meno le prerogative di neutralità e indipendenza del Progetto. Nei rarissimi casi in cui non è stato possibile trovare una soluzione, l’intera pagina è stata rimossa.

L’obbligo di pubblicare fra i nostri contenuti le smentite previste dal comma 29, senza poter addirittura entrare nel merito delle stesse e a prescindere da qualsiasi verifica, costituisce per Wikipedia una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza: tale limitazione snatura i principi alla base dell’Enciclopedia libera e ne paralizza la modalità orizzontale di accesso e contributo, ponendo di fatto fine alla sua esistenza come l’abbiamo conosciuta fino a oggi.

Sia ben chiaro: nessuno di noi vuole mettere in discussione le tutele poste a salvaguardia della reputazione, dell’onore e dell’immagine di ognuno. Si ricorda, tuttavia, che ogni cittadino italiano è già tutelato in tal senso dall’articolo 595 del codice penale, che punisce il reato di diffamazione.

Con questo comunicato, vogliamo mettere in guardia i lettori dai rischi che discendono dal lasciare all’arbitrio dei singoli la tutela della propria immagine e del proprio decoro invadendo la sfera di legittimi interessi altrui. In tali condizioni, gli utenti della Rete sarebbero indotti a smettere di occuparsi di determinati argomenti o personaggi, anche solo per “non avere problemi”.

Vogliamo poter continuare a mantenere un’enciclopedia libera e aperta a tutti. La nostra voce è anche la tua voce: Wikipedia è già neutrale, perché neutralizzarla?

Gli utenti di Wikipedia

Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
Articolo 27

«Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici.

Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.»

Qualcosa di diverso

•settembre 15, 2011 • Lascia un commento

Il lungo periodo trascorso dal precedente post mi ha dato l’occasione di formulare numerose riflessioni (del tipo “questa la metto sul blog”) che ovviamente, adesso, non mi vengono in mente.

Nel frattempo, si registra che:

– è iniziata prima la Bundesliga poi il Campionato italiano, c’è stata una giornata di sciopero ma nel corso della seconda, al sèguito dell’eroico condottiero vecchia gloria Antonio Conte (ah, che bei tempi), ne abbiamo dati quattro e preso solo uno;

– siamo ormai pienamente parte del mobilio del bar di fiducia essendo stati soccorsi (con modi alla Sergio Leone che ovviamente mi hanno affascinata come una liceale svizzera alla vista del primo stralcio di mondo)  dal pezzo di arredamento più antico e pregiato del bar stesso durante un tentativo di stalking da parte di un ubriaco abituale;

– l’estate sembra essere finita, ma il sole è arrivato solo adesso.

Poi, mi è capitato di fare una tra le più belle passeggiate della mia vita. Dunque, va detto che a Bologna una ragazza non è esattamente libera di farsi quattro passi di notte in santa pace. I maschi non lo sanno, perchè quando camminano con una donna la loro stessa presenza fa sì che, appunto, la femmina in questione non si trovi da sola. Allora, quando dici “se torno a casa a mezzanotte a piedi la gente mi rompe i coglioni per strada”, loro – specie nell’evoluto ed emancipato mondo bolognese, dove ognuno si sente in dovere di sfatare pregiudizi solo per dimostrare la propria apertura mentale – ti rispondono: “ma va’, paranoica, che non succede niente”. Sì, vorresti rispondere se non lasciassi subito perdere la conversazione per compassione e generosità retorica, ma può infastidirmi anche il solo fatto che in venti minuti almeno due o tre persone mi apostrofino con voci melliflue e frasi da primi-due-minuti-di-film-porno? Anche, cari lettori di sesso maschile con un angolino remoto del cervello predisposto alla giustificazione dello stupro, nel caso in cui la femmina in questione sia vestita con abiti che hanno lo stesso sex-appeal del pigiamone a pois viola e giallo di flanella.

Quindi si diceva.

L’altra sera, essendo stata vergognosamente abbandonata dal fidanzato per futili ragioni di ricerca, mi ritrovo a casa di amici a cena, nel quartiere della Neustadt, cioè della città nuova, a circa venti minuti a piedi camminando da casa, che invece è più in centro.

La Neustadt è un delizioso confettino che gli abitanti di questa città si ostinano a considerare degradato e poco chic, e soprattutto distante bilioni di chilometri dal centro. Invece, a una che come me ha vissuto nella Grande Metropoli bolognese per anni, le considerazioni topografiche di questi ingenui semi-provinciali (soprattutto riguardo alla percezione delle distanze, che noi scafati cittadini doc di sconfinati agglomerati abitativi quali Bulàgna consideriamo inezie) fanno proprio un baffo.

Insomma, il confine tra il mio quartiere e la Neustadt si trova a circa duecento metri da casa mia. Pur essendo più centrale la  mia zona, specialmente nel tragitto di quattro minuti tra qui e la Biblioteca che spesso è l’unica cosa che vedo per settimane considerati gli impegni lavorativi di cui sopra, fa abbastanza cagare: ci sono palazzoni con colori abbinati a caso, sedi di ministeri e importanti uffici, progettati dal solito architetto post anni sessanta con la solita merda al posto del cervello.

Dopo il confine, invece, inizia un reticolo di strade più o meno parallele e perpendicolari al Reno dove le case sono basse, gli alberi sono alti e frondosi e la gente cammina in mezzo come se fosse in un campeggio (qui sono le macchine a doversi adattare ai pedoni). Ogni trecento metri c’è un baretto o un pub o un ristorante coi tavolini fuori sul marciapiede, e ognuno offre specialità-introvabili-uniche agli avventori che chiacchierano placidamente nel dehor. Ci sono piazzette e piccoli parchi circondati da edifici variopinti miracolosamente sopravvissuti ai bombardamenti che paiono catapultati direttamente da Montmartre. I bambini sfrecciano in bicicletta tra madri e padri davvero emancipati oppure tra ubriachi all’ultimo stadio che inteneriscono lo sguardo vacillando.

Si sentono le televisioni o le sonate per pianoforte di Beethoven o lo swing anni Quaranta o la techno dalle finestre e il profumo delle piante, insieme alle grida degli uccelli che si riuniscono al tramonto per prepararsi a sloggiare da un clima ormai già discutibile.

Questo è quello che ho visto verso le sette e mezza, mentre mi avviavo con la mia bottiglia di Lagrein sottobraccio.

Ma a mezzanotte, al ritorno. Mi sono sentita come solo mi è capitato in mezzo ai boschi. Il silenzio totale, qualche luce bluastra che balenava dai vetri, e il rumore dei passi. Era così bello che non ho nemmeno acceso il lettore mp3. Per un attimo mi sono immaginata some sarebbe stata magnifica Bologna di notte se solo i passanti che incontravo non fossero stati dei potenziali, speso reali, spaccaminchia, ed ho un po’ invidiato gli amici maschi che invece lo sanno bene, com’è una passeggiata di questo tipo.

Ma pòi il fascino strano delle Neustadt, con le sue casette basse e gli alberi profumati, si è mangiato qualunque tentativo di revisionismo malinconico. Ho incontrato qualche relitto umano che tornava a casa (qui è più o meno come se fossero le due da noi, specie in settimana) che si è fatto i beneamati cazzi suoi, e mi sono goduta il tragitto. C’era la luna, anche, quasi piena con le nuvole che correvano e scorrevano davanti e un venticello caldo che spostava il termometro sopra i venticinque, e potevo annusare l’aria e sorridere senza che nessuno per questo pensasse che si trattava di un richiamo sessuale.

Quando sono arrivata a casa, quasi mi dispiaceva. Ma ero anche contenta di aver scoperto che la città dove vivo adesso, oltre a numerosi opitional quali uno stipendio (seppur, fino a gennaio, non molto alto), ha anche quello della passeggiata di notte in santa pace.