Un aprìle lunghissimo

Mentre il tempo dell’orologio continua a scorrere troppo veloce sfrecciando da un mese all’altro, il tempo  meteorologico  altalena tra sole, nuvoloni neri, pioggia, venti e trentacinque gradi.

Questo mi dà la sensazione che la primavera non sia mai finita, soprattutto perchè sto continuando a lavorare, e sono concentrata su quello. Devo sbrigarmi: devo finire di trasformare la mia tesi in un libro, per pubblicarla. Ma i tentacoli del tuo background ti riacchiappano anche in capo al mondo: quindi, nonostante la mia vita serena qui a novecento chilometri da Bologna, mi sono trovata coinvolta in un tipico inciucio all’italiana. Ho scoperto, infatti, che una nota professoressa gerontòcrate del mio ex dipartimento (probabilmente in manopausa già da prima che io nascessi), dopo anni di torpore scientifico durante i quali non ha preso iniziativa alcuna limitandosi a proporre di tanto in tanto articoli la cui citazione bibliografica più recente risaliva al 1991, si è improvvisamente ingelosita dei miei pezzetti di pietra [sai, le donne, sono fatte così].

Si è quindi impadronita, di nascosto a me e alla mia professoressa e a tutti gli altri soggetti coinvolti in uno scavo in cui lei non c’entrava una cippa di niente, delle fotografie dei reperti che io studio da quasi quattro anni, per pubblicarli lei. Dovete sapere, cari amici, che ogni anno le vostre tasse finiscono -oltre che in festini e puttane per la corte di Versailles-  anche nelle tasche dell’Università, donde i professori, specialmente i fossili over 65, potrebbero attingere per realizzare qualsivoglia attività scientifica, per esempio uno scavo archeologico in un sito interessante: dalla terra, di solito esce della roba che può finire in due modi: nel 2% dei casi essa viene studiata (nello 0,01% dei casi con competenze sufficienti), nel restante 98% dei casi la suddetta roba viene ammucchiata disordinatamente in oscuri magazzini in attesa dell’attenzione scientifica del barone di turno, che intanto ne impedisce con tutti i mezzi in suo possesso la visione a terzi.

Mentre la roba, detta anche “i reperti”, marcisce e si sfalda al buio e all’umido (talvolta i pezzi che vengano considerati interessanti per il pubblico, secondo un mero criterio commerciale, vengono esposti nei musei), il barone responsabile perde elasticità mentale e cutanea e facoltà riproduttive, si indebolisce, invecchia e infine muore, spesso nascondendo nel cassetto i dati fondamentali per l’interpretazione del sito, che poi vengono venduti o bruciati dai parenti come spazzatura incomprensibile.

Intanto, però, voi continuate a pagare tasse per la teorica manutenzione di tonnellate di robaccia marcescente stipata nei sotterranei di diversi enti e istituti, e per gli stipendi di funzionari che dovrebbero almeno sapere dove cazzo è questa roba e che invece spesso e volentieri non ne hanno la più pallida idea (conosco personalmente casi di smarrimenti di lacerti di mosaico di tre metri per tre).

Per tornare a noi, la suddetta menopausata ha avuto quarant’anni di carriera per dare inizio a questo ciclo virtuoso, cioè organizzarsi uno scavo suo attraverso il quale ottenere materiale da pubblicare e magari tentare di meritarsi lo stipendio che ha percepito mesilmente con regolarità, ma non l’ha fatto. Come biasimarla? L’opzione “mi approprio dei reperti di uno scavo -del lavoro- già fatto da una collega, senza prendermi tutto il previo sbattimento” era indubbiamente più comoda. Tanto più che la stronza a cui erano stati affidati i reperti (io) era solo una giovane leva sotto i cinquant’anni.

Capirete, cari Utenti, perchè io abbia tanta fretta di finire questo maledetto libro (oltre che per recuperare la sanità mentale e uscire da quest’ossessione: se aspetto ancora un po’ svilupperò enzimi in grado di digerirlo, il calcare).

Per fortuna svolgo il mio lavoro nel consueto ambiente quasi-idilliaco, circondata da persone competenti, entusiaste del proprio mestiere, per la gran parte sotto i 4o anni e fornite di un adeguato compenso economico per finanziare svariate attività e per mantenere la dignità personale.

Questi sono gli aggiornamenti riguardanti gli ultimi tempi.

Nel frattempo, archeologia a parte, ho guadagnato un bar di fiducia, e ho scoperto che tale bar è considerato dai più un postaccio (la qual cosa ne ha accresciuto la considerazione ai miei occhi). Ho anche realizzato (di nuovo) che per vivere bene servono poche cose: per esempio, si possono cucinare ottimi piatti elaborati anche avendo a disposizione due sole piastre elettriche, non quattro e non a gas. Si può stare bene in due in pochissimi metri quadri, se hai scelto i colori giusti e hai passato un mese a progettare metodicamente la destinazione di ogni metro quadro in base a criteri tedescamente pratici – e se la persona che vive con te è ben accetta nel tuo letto.

Certo, gli amici mancano. Quelli sì.

Ma tanto sono tutti sparpagliati in vari Paesi e paesi, e comunque i migliori li rivedo tra poco: domani volo in Italia, ai miei laghi, nonché alle sedie di legno che un tempo hanno ospitato il mio culo quindici-diciassettenne, all’interno dei pochi bar di quell’epoca che ancora esistono.

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~ di cocochanel su luglio 19, 2011.

Una Risposta to “Un aprìle lunghissimo”

  1. Mi queridísima Coco:

    YOU SHOULD BE THE PRESIDENT OF EVERYTHING!!!

    Having said that, could I post any of this on fb? or maybe the blog address? This SHOULD be known. Sopratutto a Bologna.

    Fammi sapere amorcito,

    Cri

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