Un aprìle lunghissimo

•luglio 19, 2011 • 1 commento

Mentre il tempo dell’orologio continua a scorrere troppo veloce sfrecciando da un mese all’altro, il tempo  meteorologico  altalena tra sole, nuvoloni neri, pioggia, venti e trentacinque gradi.

Questo mi dà la sensazione che la primavera non sia mai finita, soprattutto perchè sto continuando a lavorare, e sono concentrata su quello. Devo sbrigarmi: devo finire di trasformare la mia tesi in un libro, per pubblicarla. Ma i tentacoli del tuo background ti riacchiappano anche in capo al mondo: quindi, nonostante la mia vita serena qui a novecento chilometri da Bologna, mi sono trovata coinvolta in un tipico inciucio all’italiana. Ho scoperto, infatti, che una nota professoressa gerontòcrate del mio ex dipartimento (probabilmente in manopausa già da prima che io nascessi), dopo anni di torpore scientifico durante i quali non ha preso iniziativa alcuna limitandosi a proporre di tanto in tanto articoli la cui citazione bibliografica più recente risaliva al 1991, si è improvvisamente ingelosita dei miei pezzetti di pietra [sai, le donne, sono fatte così].

Si è quindi impadronita, di nascosto a me e alla mia professoressa e a tutti gli altri soggetti coinvolti in uno scavo in cui lei non c’entrava una cippa di niente, delle fotografie dei reperti che io studio da quasi quattro anni, per pubblicarli lei. Dovete sapere, cari amici, che ogni anno le vostre tasse finiscono -oltre che in festini e puttane per la corte di Versailles-  anche nelle tasche dell’Università, donde i professori, specialmente i fossili over 65, potrebbero attingere per realizzare qualsivoglia attività scientifica, per esempio uno scavo archeologico in un sito interessante: dalla terra, di solito esce della roba che può finire in due modi: nel 2% dei casi essa viene studiata (nello 0,01% dei casi con competenze sufficienti), nel restante 98% dei casi la suddetta roba viene ammucchiata disordinatamente in oscuri magazzini in attesa dell’attenzione scientifica del barone di turno, che intanto ne impedisce con tutti i mezzi in suo possesso la visione a terzi.

Mentre la roba, detta anche “i reperti”, marcisce e si sfalda al buio e all’umido (talvolta i pezzi che vengano considerati interessanti per il pubblico, secondo un mero criterio commerciale, vengono esposti nei musei), il barone responsabile perde elasticità mentale e cutanea e facoltà riproduttive, si indebolisce, invecchia e infine muore, spesso nascondendo nel cassetto i dati fondamentali per l’interpretazione del sito, che poi vengono venduti o bruciati dai parenti come spazzatura incomprensibile.

Intanto, però, voi continuate a pagare tasse per la teorica manutenzione di tonnellate di robaccia marcescente stipata nei sotterranei di diversi enti e istituti, e per gli stipendi di funzionari che dovrebbero almeno sapere dove cazzo è questa roba e che invece spesso e volentieri non ne hanno la più pallida idea (conosco personalmente casi di smarrimenti di lacerti di mosaico di tre metri per tre).

Per tornare a noi, la suddetta menopausata ha avuto quarant’anni di carriera per dare inizio a questo ciclo virtuoso, cioè organizzarsi uno scavo suo attraverso il quale ottenere materiale da pubblicare e magari tentare di meritarsi lo stipendio che ha percepito mesilmente con regolarità, ma non l’ha fatto. Come biasimarla? L’opzione “mi approprio dei reperti di uno scavo -del lavoro- già fatto da una collega, senza prendermi tutto il previo sbattimento” era indubbiamente più comoda. Tanto più che la stronza a cui erano stati affidati i reperti (io) era solo una giovane leva sotto i cinquant’anni.

Capirete, cari Utenti, perchè io abbia tanta fretta di finire questo maledetto libro (oltre che per recuperare la sanità mentale e uscire da quest’ossessione: se aspetto ancora un po’ svilupperò enzimi in grado di digerirlo, il calcare).

Per fortuna svolgo il mio lavoro nel consueto ambiente quasi-idilliaco, circondata da persone competenti, entusiaste del proprio mestiere, per la gran parte sotto i 4o anni e fornite di un adeguato compenso economico per finanziare svariate attività e per mantenere la dignità personale.

Questi sono gli aggiornamenti riguardanti gli ultimi tempi.

Nel frattempo, archeologia a parte, ho guadagnato un bar di fiducia, e ho scoperto che tale bar è considerato dai più un postaccio (la qual cosa ne ha accresciuto la considerazione ai miei occhi). Ho anche realizzato (di nuovo) che per vivere bene servono poche cose: per esempio, si possono cucinare ottimi piatti elaborati anche avendo a disposizione due sole piastre elettriche, non quattro e non a gas. Si può stare bene in due in pochissimi metri quadri, se hai scelto i colori giusti e hai passato un mese a progettare metodicamente la destinazione di ogni metro quadro in base a criteri tedescamente pratici – e se la persona che vive con te è ben accetta nel tuo letto.

Certo, gli amici mancano. Quelli sì.

Ma tanto sono tutti sparpagliati in vari Paesi e paesi, e comunque i migliori li rivedo tra poco: domani volo in Italia, ai miei laghi, nonché alle sedie di legno che un tempo hanno ospitato il mio culo quindici-diciassettenne, all’interno dei pochi bar di quell’epoca che ancora esistono.

Navi

•luglio 15, 2011 • Lascia un commento

Pare che anche Tremonti abbia improvvisamente realizzato che abbiamo le pezze al culo.

Perfettamente in linea con gli avvenimenti degli ultimi tempi, che hanno visto diversi soggetti della medesima fazione politica prendere le distanze (in vari modi e più o meno esplicitamente) dal Trimalcione al botox che ci governa, il ministro dell’Economia e delle Finanze ha infine ammesso che “siamo come sul Titanic“.

Erano mesi (anni?) che anche noi dicevamo qualcosa di simile. A me, comunque, sembra una metafora ancora troppo elegante.

Volendo rimanere all’interno dello stesso campo semantico/simbolico, direi piuttosto che quando la nave affonda i ratti sono i primi a scappare.

Iniziate a correre, e poi a nuotare. Vediamo fin dove arrivate.

 

Giusto a due passi da qui…

•maggio 19, 2011 • Lascia un commento

…ho questo.

Giri a vuoto

•maggio 11, 2011 • Lascia un commento

Sono appena tornata dall’Italia. Siamo stati un paio di giorni a Bologna per un convegno e un paio di giorni a farci rimpinzare di formaggio e barbarica carnazza cucinata nei più svariati modi dalla mamma.

Prima di partire, per essere sinceri, l’idea di tornare a Bologna mi faceva un po’ cagare addosso. La procace Bologna primaverile con quel sole sfacciato e tutti quegli odori e suoni e lucette arancioni di sera. Ritrovare strade e angolini e marciapiedi che conosci come le tue tasche.Temevo un po’ i soliti attacchi di malinconia e tutto-questo-tempo-che-è-passato eccetera.

Effettivamente la bellezza sfrontata di certi posti e il fatto di avere una densità di ricordi pari quasi a uno per metro quadrato hanno fatto, come sempre, il loro sporco lavoro. Però devo dire che al momento di andarmene non ero così distrutta dal dolore. Anzi. Ero perfino contenta di tornarmene a Magonza.

Fiuuu. Meno male. Era la prova del nove del migrante.

Inoltre il soggiorno emiliano è stato segnato da diverse piccole sventure che mi hanno fatto sentire straniera e fuori posto. Ho cercato in tutti i modi di passare il sabato sperperando soldi per prodotti introvabili in teutonica terra, ma non c’è stato verso; la libreria dell’occasioni ove solitamente mi recavo ad acquistare cataloghi di mostre e altre chicche a un prezzo stracciato (ma per somme totali sempre esorbitanti) mi ha accolta con una gradevole porta a vetri chiusa e tappezzata dall’interno con cartaccia bianca mezza strappata e ancora i segni delle lettere del nome del negozio grattate via di recente dall’ingresso. Allora ho ripiegato sulla libreria numero 2, che però nel frattempo si è trasformata in una specie di enorme deposito di spazzatura letteraria senza niente di interessante. Quindi ho deciso di visitare il mercato in cerca dell’ennesimo paio di pantaloni di lino verdone, di un modello semplice e senza minchiate che trovavo solo lì e ricompravo non appena il precedente si riduceva a brandelli, ma mi sono accorta con rammarico che il banco che cercavo non c’era più (fallito? Inghiottito dalla crisi? Ero l’unica cliente, come spesso accade, ad apprezzare le merci in vendita?). In seguito ho deciso di optare per l’umile acquisto di un piccolissimo portafoglio in pelle (naturalmente uguale a quello che ho già, che si sta rovinando) piccolo e comodissimo, per cui avevo speso circa un euro e mezzo un paio di anni fa. Naturalmente, però, l’artigiano ha smesso di produrre quel modello.

Più tardi, in profumeria, una commessa mi spiegava che il profumo “Blue” (maison La Perla) che desideravo (e che ero convinta di non trovare in Germania solo perchè trattavasi di italianissimo e non troppo conosciuto all’estero brand) non è più in produzione da almeno un paio di estati.

Tentando infine di rifornirmi almeno di biancheria nuova, ho constatato che il mega-punto vendita in franchising con ottimo rapporto qualità prezzo dove usavo recarmi era sparito come per magia da via Indipendenza.

Ho quindi deciso di andare a investire il mio danaro nel pessimo anice disponibile nel bar sotto casa (non “il mio solito/storico bar”, bensì un posto altrettanto accogliente detto “dei calabresi” dove andavo sempre a guardare la partita). Almeno ho fatto quattro chiacchiere con un amico che non vedevo da tempo.

Liberazione

•aprile 25, 2011 • Lascia un commento

Causa Germania, quest’anno non ho potuto partecipare alle celebrazioni per la Festa della Liberazione.

Che, detto così, potrebbe anche sembrare, vagamente, un ossimoro.

Beh, comunque qui ci sono 34 gradi. Non scherzo. Tra l’una e le tre, ci sono tra i 30 e i 34 (fonte: due termometri diversi): sembra luglio. In due giorni, quattro ore in totale, mi sono abbronzata.

Sul lungoreno. Sembrava di essere in vacanza, c’era gente in costume da bagno e il cielo e l’acqua blu blu blu blu. Mi sono mangiata la mia insalata di pasta tricolore (mozzarella, pomodoro e basilico) dedicando un pensiero ai partigiani (sì, e anche ai preti saliti sulle montagne eccetera eccetera).

Nel frattempo, però, ho avuto l’occasione per un’altra riflessione antropologica sul tema “tutto il mondo è paese”; anche qui, infatti, esiste la figura de

il Pirla con la Moto d’Acqua.

Le sue caratteristiche distintive sono le medesime all’interno di un areale molto vasto, comprendente almeno tutto il bacino del Mediterraneo e l’Europa centrale (in àmbito fluviale e lacustre). Egli si segnala per andare sempre col motore a mille (quasi in verticale) e fare una cazzata mostruosa circa ogni trenta secondi: il dato è ricavato dal fatto che, da quando lui appare nel tuo campo visivo a quando scompare (al massimo mezzo minuto, dipendendo dalle condizioni di visibilità) fa almeno una cazzata.

Avete presente quanto è grande una di queste chiatte per il trasporto merci sui fiumi? Beh, è bella grossa. Sono piatte e larghe e lunghissime: fanno tipo sessanta metri per dieci (controllato su Wikipedia, non era solo un’impressione). Il Reno è largo abbastanza da consentire la circolazione in due sensi, ma ovviamente si naviga al centro, dove c’è più corrente.

Bene, il Pirla di turno, oggi, ne ha superata una mentre quella iniziava a “incrociare” il cammino con un’altra che veniva in senso opposto, sul genere, per intenderci, sorpasso di scooter truccato con slalom tra furgoncini in mezzo a un incrocio alle sei di sera a Napoli.

Basta un’ondina di dieci centimetri un po’ storta e ti spalmi quel minuscolo cervello direttamente sulla latta arroventata dal sole della chiglia.

Lui, per oggi, l’ha scampata, ma se la statistica non è un’opinione…

In qualche modo, le leggi di Darwin funzionano ancora.

Il bar del migrante (sì, a volte è dura)

•aprile 23, 2011 • Lascia un commento

Sì, a volte è dura. Essere immigrato, intendo.

Specialmente quando è aprile, nella fattispecie appena prima di Pasqua (che qui è vissuto tipo Natale), ci sono trenta gradi e un sole pazzesco e tu non sai semplicemente che cazzo fare. A parte lavorare, ma hai ormai lasciato perdere di farlo anche il weekend: dopo tre mesi, non ce la fai, il cervello non ti regge, devi prenderti delle pause. Il fidanzato è in madrepatria.

Tu, invece, non parli la lingua e non hai un bar di fiducia.

Un altro mito sui tedeschi che bisognerebbe sfatare è che tutti parlino inglese: questo lo fanno al nord (anche le settantenni), e in Olanda.

Ma qui al centro, e a Mainz, che è più o meno come vivere a Modena, no.

Quindi in biblioteca (o “libreria”, come mi sono accorta di aver scritto in precedenti post per un calco sgangherato con la lingua che parlo tutto il giorno: library) sì, tutti ti capiscono e ti rispondono. Ma se vai in un pub, alla posta, in banca, dal fruttivendolo o in un ristorante tipico, nichts.

Il fatto è che mi è già capitato innumerevoli volte, a Bologna, di rimanere  –  anche per mesi – sola come una stronza perchè tutti si trasferivano, andavano via per un periodo, si fidanzavano, cadevano in depressione, cominciavano a drogarsi come delle bestie e svariati altri motivi, ma a Bologna:

1. avevo un bar di fiducia

2. potevo andare al cinema (proiettavano roba in lingue note come l’italiano, il francese o l’inglese coi sottotitoli)

Questo significa che dopo molte ore di lavoro avevo qualcosa da fare prima di andare a casa e infilarmi nel letto.

Qui i bar sono inaccessibili, per due motivi: primo, se finisci di lavorare alle sette e non alle quattro e mezzo non trovi un posto a sedere neanche a pagarlo (la crisi non c’è, effettivamente, e comunque alle sette sono già tutti sbronzi ammazzati); secondo, parte essenziale del bar di fiducia è fare due chiacchiere con gli avventori abituali, cosa che evidentemente non può ancora darsi.

Un altro problema enorme è la mia misantropia. A quanto pare, ho un costante e ineliminabile bisogno di relazioni sociali, ma mi piacciono pochissimi esseri umani: a Bologna ho impiegato anni per metterne insieme una manciata. È per questo che il bar di fiducia sarebbe fondamentale. Questo, in precedenza, mi rendeva la vita più vivibile. Adesso mi spego meglio.

La gente di solito ha cose: lo yoga, la riunione del partito, il calcetto, i concerti indie, la palestra, una religione che prevede dei riti a cadenza settimanale, il corso di ceramica, di chitarra o di swahili, eccetera. Credo sia una specie di necessità dell’uomo: tutte queste attività sono state inventate, secondo me, per supplire a questi bisogni (la religione ha però effettivamente un quid in più, ti permette di non cagarti completamente addosso all’idea della morte).

Io ci avevo il bar.

Ora: finire di lavorare e avere il tuo bar vuol dire che puoi andare là senza prendere appuntamento con nessuno nello specifico e decidere al momento quanto hai voglia di essere loquace: se sei in vena, chiacchieri e ridi per un paio d’ore con gli altri avventori abituali, se non sei in vena te ne stai per i cazzi tuoi con un libro o un prosecco a guardare la gente che passa. Inoltre, solitamente le conversazioni sono poco impegnative, e il fatto che tu non abbia preso appuntamento con nessuno in particolare ti dà sempre la facoltà di scegliere consapevolmente il tuo livello di coinvolgimento e attenzione in qualunque eventuale discussione.

Qui non solo non può ancora darsi la situazione stessa di una conversazione a causa delle barriere linguistiche, ma per di più non si può nemmeno pensare di andarsene a leggere qualcosa e bere una birra e stare tranquilla: il territorio dove attualmente risiedo, infatti, è già abbastanza culturalmente germanico per non possedere il concetto di “caffè tranquillo” come esiste in Francia e in Spagna, quindi quasi tutti i posti sono tipo pub, con un casino pazzesco, un ambiente assolutamente ostile al cliente solitario e tutti i tavoli strapieni di gente già sbronza a partire dalle cinque. Inoltre non siamo ancora nemmeno abbastanza a nord per avere avventori abituali che si facciano i cazzi propri invece infastidirti mentre bevi il tuo aperitivo (e quando ti parlano, lo fanno in una lingua ignota).

In sostanza, la soluzione sarebbe accordarmi qualche tempo prima con qualcuno – da due giorni ad almeno quattro ore-, per affrontare in coppia/gruppo tale peculiare environment baristico. Qui, però, si ritorna alla mia misantropia: quante sono le persone con cui mi va davvero di trascorrere due o più ore di conversazione dedicata e impegnativa, e soprattutto quanto spesso mi va di farlo? Risposte, rispettivamente: forse tre o quattro, sempre occupati/e come dei business-men di Manhattan; molto poco, sicuramente non tutti i giorni, nè più di due volte la settimana.

Trovarsi a casa nel weekend, alle sei di sera, da soli come dei coglioni non è d’altro canto nemmeno piacevole.

Forse è tutto un problema di orari. Forse dovrei adattarmici ancora più di quanto non abbia già fatto, e tentare di mettere il culo quotidianamente sulla stessa sedia (regola base per farsi un bar di fiducia, stesso posto stessa ora con regolarità ossessiva) prima delle sei, prima cioè che tutti siano già ubriachi o che abbiano occupato ogni tavolo disponibile.

L’appassionante avventura del migrante continua.

A proposito del tempo…

•aprile 18, 2011 • Lascia un commento

Si capiva che marcava male quando mi sono seduta di fronte al pc e ho messo i Boards of Canada. Poi, ancora peggio quando mi sono messa a leggere diversi post del blog di un amico di Bologna rimasto a Bologna. Infine ho aggiunto alla playlist gli Air e mi sono messa a rileggere i miei vecchi post, sempre più vecchi.

Cazzo, sono già passati anni.

Com’è possibile?

Dolce malinconia, e il solito un turbinio di gigli e rose e sterco. In ordine non cronologico Trento, Berlino, Milano, Trieste, il dipartimento di Archeologia, Torino, Parigi, diversi luoghi della Spagna, l’Albania, i convegni, la Provenza, il Teroldego, il Varnelli, i prosecchi ottimi e scadenti, il Caol Ila torbato 25 anni, Bologna di notte. I postacci di merda e quelli molto raffinati, varie lingue e culture, tacchi e scarpe basse con la suola bucata. Pellegrinaggi svariati per svariate regioni con ragioni più o meno ludiche, fatiche, sudore lacrime sangue e altri umori, baci e sorrisi, la passeggiata solitaria al tramonto in estate, i concerti jazz.

Puf.

E hai quasi trent’anni.

Ma lo dico da quando ne avevo quindici: un giorno ti sveglierai cinquantenne. Lo sapevo, nel senso.

Solo che non è servito a niente, saperlo; essere consapevole, intendo. Che il tempo passa veloce.

Comunque è stato divertente rileggere di alcuni episodi. La camomilla al Bromazepan, ad esempio, me l’ero dimenticata.

Naturale che, poi, alla fine venisse fuori un post come questo qui.

Ma a voi non capita mai? Non siete vittime di fenomeni simili?

Ad ogni modo, a me la musica mi fa male. Non dovrei ascoltarla.