La luce nella mia cucina

Ho trascorso le ultime tre ore nella mini cucinetta (con finestra: un lusso) del mio mini appartamento mono stanza, a fare un quintale di ragù. Perchè domani vado a casa dei soliti amici (gli unici, a quanto pare) di Neustadt a guardare la partita. Mi viene concesso il miracolo di poter guardare la mia squadra in streaming (come già specificato in precedenti post: no way in un bar normale e nemmeno con la mia sfigata connessione-chiavetta), e io, felice, cucino cosette per ringraziare dell’ospitalità.

Ho affettato cipolle, sedano, pomodori freschi, ecc., ho mescolato carne per secoli – mentre ascoltavo Strawinsky a un volume degno di nota; mentre sorseggiavo un’ottima Jever.

Poi, alla fine del lungo processo, quando non rimaneva altro da fare che tornare nella mono-stanza a cazzeggiare su internet aspettando che il tutto continuasse a sobbollire per ore, ho spento la luce della cucina.

In quel momento ho realizzato che non avevo la più pallida idea di che forma avesse il lampadario della mia pur striminzita cucina. E vivo qui da più di un anno.

Ho pensato: questo non è da me.

Allora ho riacceso la luce e guardato il lampadario, o meglio la fonte di luce.

Da bambina, conoscevo a memoria tutte le forme. La forma delle cose, quelle più vicine a me, almeno – La forma delle cose, non è il titolo di un romanzo?

Conoscevo a menadito ogni centimentro quadro dell’appartamento dei miei genitori perchè, semplicemente, boh, osservavo tutto. Sapevo a memoria le piccole imperfezioni dei muri, gli impercettibili graffi sul tavolo, la curva di alcuni degli scaffali piegati sotto al peso dei libri, la polvere sulle piume di struzzo infilate insieme ad alcuni elementi vegetali in un vaso in un angolo dimenticato dell’ingresso – quel vaso, per la cronaca, non mi è mai piaciuto.

Sbalordivo, letteralmente, alle descrizioni che gli adulti facevano delle stesse cose che vedevo io. Come puoi affermare, ad esempio, che quello è un quadrato rosso – con chiaro intento didattico, tra l’altro: spieghi alla piccola le cose del mondo – se è evidente che quello non solo è un rettangolo (non vedi la leggera differenza nelle misura dei lati, idiota?) ma è per di più fucsia, o perfino rosa scuro?

Ora, io non so se tutti i bambini che voi siete stati fossero come me. Non lo so perchè non ho mai parlato di queste cose con gli altri bambini, quando era il momento. Fatto sta che io ero così.

La cosa che con l’andare degli anni mi ha più lasciata esterrefatta, tuttavia, è stata scoprire che io stessa cominciavo a descivere le cose in quello stesso modo. Quadrato o rettangolo, non importa. Che perdevo attenzione: tipo stasera: è possibile che io non sappia come diavolo è fatto il lampadario della mia cucina, dopo un anno?

È stato come quella volta che ho scoperto che “i trentenni” non è che fanno vita più spartana e bevono di meno per le ragioni descritte dal sempreverde Peter-Pan Guccini (cfr. la canzone sulle osterie di Fuori Porta), è solo che nel corso del tempo hanno dovuto rinuciare prima a una bevanda, poi a un certo tipo di cocktail, poi ad altre cose ancora per averle bevute troppo, o per averle vomitate, per sentire una sensazione di profondo malessere al solo sentirle nominare o annusare. Sono sicura che qualcuno mi capirà se solo menziono l’esempio del rum e cola.

Insomma. Non è una decisione cosciente, è qualcosa a cui ti portano le esperienze. Forse crescendo si tende a semplificare le cose, per non impazzire. Più vieni messo a contatto con la complessità delle cose, più cerchi una via semplice per interpretarle. Anche perchè quello che vedi è talmente fuori da ogni logica che cominci a filtrare tutto, come si fa col brodo fatto in casa.

Ufficialmente, sono anche io una di quelli che non fanno caso alle cose. Che chiamano il rosa scuro rosso. Sono adulta? Non saprei. Ma ci importa qualcosa, di esserlo? Qual è il premio? Hai vinto un calcio nel culo, e la possibilità di seppellire i tuoi genitori con dolore dell’animo e dispendio economico per suppellettili quali lastre marmoree e decorazioni floreali. Nel frattempo, paghi l’affitto e le bollette, tutto da solo, come uno grande. Meglio per te che intanto tu abbia fatto dei figli e abbia un Dio a cui affidarti, altrimenti rischi di non capire il senso di quel che stai facendo.

Rimane una domanda: gli adulti che descrivevano alla presente piccola mente malata le cose in una maniera così evidentemente distorta erano effettivamente sempre stati incapaci di notare i preziosi dettagli del mondo, lo erano diventati o lo facevano consapevolmente per tentare di insegnarti, da subito, che è meglio semplificare e schematizzare, perchè un giorno avrai troppi schiaffi a cui far fronte per preoccuparti di siffatte sottili inezie?

 

 

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~ di cocochanel su febbraio 17, 2012.

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