Giri a vuoto

Sono appena tornata dall’Italia. Siamo stati un paio di giorni a Bologna per un convegno e un paio di giorni a farci rimpinzare di formaggio e barbarica carnazza cucinata nei più svariati modi dalla mamma.

Prima di partire, per essere sinceri, l’idea di tornare a Bologna mi faceva un po’ cagare addosso. La procace Bologna primaverile con quel sole sfacciato e tutti quegli odori e suoni e lucette arancioni di sera. Ritrovare strade e angolini e marciapiedi che conosci come le tue tasche.Temevo un po’ i soliti attacchi di malinconia e tutto-questo-tempo-che-è-passato eccetera.

Effettivamente la bellezza sfrontata di certi posti e il fatto di avere una densità di ricordi pari quasi a uno per metro quadrato hanno fatto, come sempre, il loro sporco lavoro. Però devo dire che al momento di andarmene non ero così distrutta dal dolore. Anzi. Ero perfino contenta di tornarmene a Magonza.

Fiuuu. Meno male. Era la prova del nove del migrante.

Inoltre il soggiorno emiliano è stato segnato da diverse piccole sventure che mi hanno fatto sentire straniera e fuori posto. Ho cercato in tutti i modi di passare il sabato sperperando soldi per prodotti introvabili in teutonica terra, ma non c’è stato verso; la libreria dell’occasioni ove solitamente mi recavo ad acquistare cataloghi di mostre e altre chicche a un prezzo stracciato (ma per somme totali sempre esorbitanti) mi ha accolta con una gradevole porta a vetri chiusa e tappezzata dall’interno con cartaccia bianca mezza strappata e ancora i segni delle lettere del nome del negozio grattate via di recente dall’ingresso. Allora ho ripiegato sulla libreria numero 2, che però nel frattempo si è trasformata in una specie di enorme deposito di spazzatura letteraria senza niente di interessante. Quindi ho deciso di visitare il mercato in cerca dell’ennesimo paio di pantaloni di lino verdone, di un modello semplice e senza minchiate che trovavo solo lì e ricompravo non appena il precedente si riduceva a brandelli, ma mi sono accorta con rammarico che il banco che cercavo non c’era più (fallito? Inghiottito dalla crisi? Ero l’unica cliente, come spesso accade, ad apprezzare le merci in vendita?). In seguito ho deciso di optare per l’umile acquisto di un piccolissimo portafoglio in pelle (naturalmente uguale a quello che ho già, che si sta rovinando) piccolo e comodissimo, per cui avevo speso circa un euro e mezzo un paio di anni fa. Naturalmente, però, l’artigiano ha smesso di produrre quel modello.

Più tardi, in profumeria, una commessa mi spiegava che il profumo “Blue” (maison La Perla) che desideravo (e che ero convinta di non trovare in Germania solo perchè trattavasi di italianissimo e non troppo conosciuto all’estero brand) non è più in produzione da almeno un paio di estati.

Tentando infine di rifornirmi almeno di biancheria nuova, ho constatato che il mega-punto vendita in franchising con ottimo rapporto qualità prezzo dove usavo recarmi era sparito come per magia da via Indipendenza.

Ho quindi deciso di andare a investire il mio danaro nel pessimo anice disponibile nel bar sotto casa (non “il mio solito/storico bar”, bensì un posto altrettanto accogliente detto “dei calabresi” dove andavo sempre a guardare la partita). Almeno ho fatto quattro chiacchiere con un amico che non vedevo da tempo.

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~ di cocochanel su maggio 11, 2011.

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