Il bar del migrante (sì, a volte è dura)

Sì, a volte è dura. Essere immigrato, intendo.

Specialmente quando è aprile, nella fattispecie appena prima di Pasqua (che qui è vissuto tipo Natale), ci sono trenta gradi e un sole pazzesco e tu non sai semplicemente che cazzo fare. A parte lavorare, ma hai ormai lasciato perdere di farlo anche il weekend: dopo tre mesi, non ce la fai, il cervello non ti regge, devi prenderti delle pause. Il fidanzato è in madrepatria.

Tu, invece, non parli la lingua e non hai un bar di fiducia.

Un altro mito sui tedeschi che bisognerebbe sfatare è che tutti parlino inglese: questo lo fanno al nord (anche le settantenni), e in Olanda.

Ma qui al centro, e a Mainz, che è più o meno come vivere a Modena, no.

Quindi in biblioteca (o “libreria”, come mi sono accorta di aver scritto in precedenti post per un calco sgangherato con la lingua che parlo tutto il giorno: library) sì, tutti ti capiscono e ti rispondono. Ma se vai in un pub, alla posta, in banca, dal fruttivendolo o in un ristorante tipico, nichts.

Il fatto è che mi è già capitato innumerevoli volte, a Bologna, di rimanere  –  anche per mesi – sola come una stronza perchè tutti si trasferivano, andavano via per un periodo, si fidanzavano, cadevano in depressione, cominciavano a drogarsi come delle bestie e svariati altri motivi, ma a Bologna:

1. avevo un bar di fiducia

2. potevo andare al cinema (proiettavano roba in lingue note come l’italiano, il francese o l’inglese coi sottotitoli)

Questo significa che dopo molte ore di lavoro avevo qualcosa da fare prima di andare a casa e infilarmi nel letto.

Qui i bar sono inaccessibili, per due motivi: primo, se finisci di lavorare alle sette e non alle quattro e mezzo non trovi un posto a sedere neanche a pagarlo (la crisi non c’è, effettivamente, e comunque alle sette sono già tutti sbronzi ammazzati); secondo, parte essenziale del bar di fiducia è fare due chiacchiere con gli avventori abituali, cosa che evidentemente non può ancora darsi.

Un altro problema enorme è la mia misantropia. A quanto pare, ho un costante e ineliminabile bisogno di relazioni sociali, ma mi piacciono pochissimi esseri umani: a Bologna ho impiegato anni per metterne insieme una manciata. È per questo che il bar di fiducia sarebbe fondamentale. Questo, in precedenza, mi rendeva la vita più vivibile. Adesso mi spego meglio.

La gente di solito ha cose: lo yoga, la riunione del partito, il calcetto, i concerti indie, la palestra, una religione che prevede dei riti a cadenza settimanale, il corso di ceramica, di chitarra o di swahili, eccetera. Credo sia una specie di necessità dell’uomo: tutte queste attività sono state inventate, secondo me, per supplire a questi bisogni (la religione ha però effettivamente un quid in più, ti permette di non cagarti completamente addosso all’idea della morte).

Io ci avevo il bar.

Ora: finire di lavorare e avere il tuo bar vuol dire che puoi andare là senza prendere appuntamento con nessuno nello specifico e decidere al momento quanto hai voglia di essere loquace: se sei in vena, chiacchieri e ridi per un paio d’ore con gli altri avventori abituali, se non sei in vena te ne stai per i cazzi tuoi con un libro o un prosecco a guardare la gente che passa. Inoltre, solitamente le conversazioni sono poco impegnative, e il fatto che tu non abbia preso appuntamento con nessuno in particolare ti dà sempre la facoltà di scegliere consapevolmente il tuo livello di coinvolgimento e attenzione in qualunque eventuale discussione.

Qui non solo non può ancora darsi la situazione stessa di una conversazione a causa delle barriere linguistiche, ma per di più non si può nemmeno pensare di andarsene a leggere qualcosa e bere una birra e stare tranquilla: il territorio dove attualmente risiedo, infatti, è già abbastanza culturalmente germanico per non possedere il concetto di “caffè tranquillo” come esiste in Francia e in Spagna, quindi quasi tutti i posti sono tipo pub, con un casino pazzesco, un ambiente assolutamente ostile al cliente solitario e tutti i tavoli strapieni di gente già sbronza a partire dalle cinque. Inoltre non siamo ancora nemmeno abbastanza a nord per avere avventori abituali che si facciano i cazzi propri invece infastidirti mentre bevi il tuo aperitivo (e quando ti parlano, lo fanno in una lingua ignota).

In sostanza, la soluzione sarebbe accordarmi qualche tempo prima con qualcuno – da due giorni ad almeno quattro ore-, per affrontare in coppia/gruppo tale peculiare environment baristico. Qui, però, si ritorna alla mia misantropia: quante sono le persone con cui mi va davvero di trascorrere due o più ore di conversazione dedicata e impegnativa, e soprattutto quanto spesso mi va di farlo? Risposte, rispettivamente: forse tre o quattro, sempre occupati/e come dei business-men di Manhattan; molto poco, sicuramente non tutti i giorni, nè più di due volte la settimana.

Trovarsi a casa nel weekend, alle sei di sera, da soli come dei coglioni non è d’altro canto nemmeno piacevole.

Forse è tutto un problema di orari. Forse dovrei adattarmici ancora più di quanto non abbia già fatto, e tentare di mettere il culo quotidianamente sulla stessa sedia (regola base per farsi un bar di fiducia, stesso posto stessa ora con regolarità ossessiva) prima delle sei, prima cioè che tutti siano già ubriachi o che abbiano occupato ogni tavolo disponibile.

L’appassionante avventura del migrante continua.

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~ di cocochanel su aprile 23, 2011.

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