Crolli (non solo metaforici).

Non per tirare sempre in ballo l’immagine biblica del colosso con la testa d’oro e i piedi d’argilla, ma questa storia della domus crollata a Pompei è proprio la traduzione in “fatto reale” di tutto quello che percepiamo e sentiamo (in vari orifizi) da dieci anni.

Pare, a dispetto di quanto afferma uno sconsolato Bondi (“Mancano le risorse!” – a cui peraltro si potrebbe ribattere: “Pagate anche voi le tasse, maledetti bastardi!”), che invece siano stati stanziati, negli ultimi anni, centinaia di migliaia di euro per progetti-fuffa.

Allora. Io proporrei questo. Visto che qui si sta privatizzando i treni, le poste, l’acqua, l’aria, le nuvole, il sole, privatizziamo anche Pompei.

La vendiamo agli Americani. Tipo alla Microsoft, o a Mc Donald’s, che c’hanno i soldi per comprarsela. Se si preferissero una linea più “sobria” (discreta, diciamo) e un ambito territoriale europeo, si potrebbe cederla, che so, alla Bayer. Con l’obbligo di mantenerla aperta al pubblico e in uno stato decente. Poi, tutti i soldi degli ingressi se li tengono loro. E con l’ufficio marketing e vari cazzimazzi commerciali aziendali, scommettete che il numero di visite e i fondi impiegati nella ricerca archeologica aumentano esponenzialmente?

Magari poi gli si potrebbe vendere alcuni beni archeologici altomedievali: chissà che non salti fuori un assegno di ricerca -privato- anche per me.

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~ di cocochanel su novembre 16, 2010.

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