Incredibile ma vero: rieccoci

Dopo mesi di silenzio, eccoci.

Continuo ad avere un’esistenza formato valigia e uno stomaco modellato sul cibo non cucinato a casa. Del fegato non ne parliamo.

Con ordine, a dicembre tour francese tra Aix-en-Provence, Montpellier, Nimes e altri luoghi della Gallia Narbonense dotati di biblioteche e musei dove far finta di fare ricerca. Siamo stati in giro dieci giorni sempre con una temperatura media di meno dieci gradi. A Nimes per poco non ci ammazzavamo dal freddo e io stavo per correre all’ospedale: non sentivo più il mignolo da 20 minuti e nemmanco il dolore o il viola o il rosso o qualunque segno vitale (tutto per aver tirato fuori la mano, col guanto, dalla tasca, due minuti per scattare delle fotografie). Il mignolo era bianco e completamente insensibile, cosa che, mi insegnano i miei amici medici, sarebbe il primo sintomo della necrosi.

Siamo stati salvati da un chiosco di vino caldo. Due euro per quasi un litro, un bicchierone enorme, ma con quel freddo si capisce. Sarà stata una misura di emergenza imposta dal Governo Francese in collaborazione con la Guardia Civile. Abbeverarli –e riscaldarli- per due soldi costa meno che raccattare cadaveri in giro per il centro.

Dopo la sosta natalizia passata a Barcellona (il volo per Malpensa del 23 dicembre è stato annullato a causa di una bufera di neve) è stato il turno –di nuovo- di Mainz, sempre per motivi pseudo scientifici. Avevamo affittato una macchina, e avevamo programmato di visitare alcune città. Peccato che abbiamo beccato l’unica settimana dal ’45 ad oggi in cui la Germania è stata completamente bloccata a causa di un’ennesima bufera di neve. Non che in Germania non ci siano abituati; solo che ha nevicato così tanto che avevano finito il sale da gettare sulle strade.

L’inverno tedesco è intenso, violento e magnifico, come un’aria finale di Puccini. E’ grande e solenne e selvaggio e vuole vedere se ce la farai a tenergli testa; disperde i suoni e le risate della gente in una scatola d’ovatta. Gli alberi non hanno i rami ma braccia di vetro che luccicano al sole.

Per un mese e mezzo, dopo tutto questo, sono rimasta a casa a finire la tesi, ed è stato l’ultimo periodo in cui ho dormito per più di una settimana in un posto solo. Sono stata a casa nel vero senso della parola. Lavoravo dalle sette e mezza del mattino alle sei e mezza di sera, mangiando pressoché solo pizza da asporto (probabilmente non sono diventata centoventi chili solo perché bevevo un litro di caffè al giorno). Alle sei e mezza, con un senso di sfinimento cerebrale assoluto e un ronzio persistente in testa, gli occhi abbacinati dalla luce dello schermo del computer, mi trascinavo al bar con le ultime forze. Questo è uno dei motivi per i quali non ho scritto nulla sul blog, anche se avrei voluto: restare ancora mezz’ora davanti al pc avrebbe significato una crisi epilettica o qualcosa del genere – il vomito, di sicuro.

Al bar, sempre col ronzio in testa, ci restavo un’oretta, mi bevevo un pastisse, facevo due chiacchiere e risvegliavo zone del cervello atrofizzate ma essenziali (tipo quelle che presiedono alle capacità di interazione sociale, al coordinamento area del linguaggio/corde vocali eccetera). Una roba che mi ha permesso di non impazzire (o di non impazzire peggio, come forse direbbe Maccio Capatonta).

Il ventisei marzo mi sono laureata, poi ho riposato tre giorni e, uscita dal sepolcro, mi sono diretta a Tab-arcellona (i più fini conoscitori del Nuovo Testamento comprenderanno la battuta).

Lì ho scritto, con fatica sudore lacrimesangue, il progetto di dottorato. Avevo intenzione di proporlo a cani e porci a nord della Alpi e aspettare che qualcuno mi si pigliasse, invece è andata al primo tentativo:

ME NE VADO AFFANCULO A MAINZ, SIGNORI.

Come tanti pronosticavano e molti, probabilmente, speravano, mi levo dai maroni (così smetto di lamentarmi in continuazione del Patrio Suolo). Il trasferimento definitivo sarebbe previsto per dicembre.

Dopo il fatidico “sì” del supervisor di dottorato (detto in Germania doktorvater, “papà di dottorato”, un’espressione piacevolmente ancièn régime), ho trascorso gran parte del mio tempo a combattere con coraggio e abnegazione contro la burocrazia tedesca. I più non ci crederanno, ma essa è una macchina enorme, fagocitante e sorprendentemente complessa come quella italiana; solo che almeno funziona. Nel senso che se fai una telefonata ti rispondono, se invii una mail pure. In tempi normali, intendo, tipo mezza giornata.

Poi la prof di Bologna mi ha resuscitato dall’armadio degli orrori un articolo la cui storia doveva dirsi conclusa ben due anni fa ma che periodicamente (è già la quarta volta) viene riesumato e sottoposto a cambiamenti e modifiche di taglio e argomento a seconda dell’andamento di bizzarri equilibri universitari/editoriali. Quindi ho dovuto occuparmi di questa menata. Questo articolo è una specie di graal. Lo raggiungerò mai? E qual è la sua vera forma? Sembra finito, ma non lo è. È, dunque, infinito? Nella sua forma sensibile attuale rispecchia almeno in parte quello che potrebbe essere nel Mondo delle Idee?

Dopodichè la prof mi ha sollecitata ad ultimare un altro articolo, e ho dovuto occuparmi anche di quello.

Nel frattempo, mentre le settimane passavano, la prof non mancava di ricordarmi che dovevo mettere a posto la tesi in vista della pubblicazione.

[qualche tempo prima era uscito il mio primo articolino –si veda in che condizioni l’ho ultimato digitando la parola “porpora” nel campo delle ricerche qui sopra-; comunque fa effetto vedere il libercolo da Fetrinelli, uno pensa: ma qui dentro c’è anche l’articolo di un pirla come me?]

In seguito, la terza settimana di giugno, dopo essere stata vicino a Parigi sempre a fare le mie ricerchine del menga (questa volta in preparazione al dottorato, e sempre non pagata ma almeno a scrocco, ci tengo a specificare, onde non intaccare la nomea di studiosa a basso impatto eco-ambiental-capitalistico) e dopo essere stata a Trento a rivedere i miei 355 tesorini di pietra calcarea, in seguito dicevo, mi sono trasferita a Mainz per giorni sette, allo scopo di parlare con qualcuno in carne ed ossa e capire se avevo o no tutti i fottuti papers needed per iscrivermi al dottorato.

Anche qui il mio nuovo professore, con tono e scelta dei sostantivi incredibilmente simili a quelli della mia prof, non ha mancato di ricordarmi nel suo inglese polite che dovevo affrettarmi a preparare la pubblicazione della tesi (si saranno parlati?).

In segreteria all’Università di Mainz mi sono presentata con tutta la documentazione in mio possesso: centoventiseimila certificati con traduzione e certificazione del Consolato Tedesco di Milano [parentesi: questo ha significato: due visite in Segreteria a Bologna, comprensive di litigata, per un totale di otto ore; due notti a Milano a casa del mio amico F. e due visite al Consolato, poiché il primo giorno l’ho trovato chiuso per ragioni a me ignote e non attinenti al normale orario di apertura; un cazziatone da parte del signor B., che mi ha detto che per la certificazione dovevo prendere l’appuntamento, mentre al telefono mi avevano detto tutt’altra cosa, per la precisione esattamente il contrario: “Per le certificazioni NON serve l’appuntamento!”].

Ho consegnato il plico al segretario, un tizio sudaticcio con gli occhi azzurri, la pelle grassa, pochi capelli e i denti giallognoli. Lui prima l’ha scomposto separando la traduzione dai documenti, sputtanando totalmente l’ordine dei certificati e allontanando irrimediabilmente la pagina 1 dalla pagina 2 di ogni documento. Poi ha fatto una risatina sarcastica e ha detto, in un inglese traballante: “Questi italiani, sempre un casino”. Beh, la notizia è che lui era turco. Il primo istinto, in queste occasioni, è sempre di sconfinare nel becero; quindi avrei voluto dirgli che per i turchi e i tedeschi l’organizzazione perfetta è effettivamente di vitale importanza, dato che in assenza di quest’ultima non si possono pianificare genocidi ben riusciti, ma ho ovviamente lasciato stare vista la mia posizione di debolezza e subalternità nei confronti di colui che in quel momento rappresentava La Verità e la mia iscrizione o non iscrizione come dottoranda.  Alla fine, comunque, mancavano alcuni documenti, quindi avrei anche potuto fargli la battuta, a quel cafone informe. Peccato, sarà per a prossima volta.

Dopo l’epopea burocratica, inframmezzata dalle partite serali dei mondiali –che belle le notti del nord, tiepide e luminose fino alle dieci e mezza!-, sono stata sputata a Barcellona.

Poi sono stata una settimana a Bologna e infine in Piemonte, per un mese: lago-lavoro-lago e sole e toma e polenta, gorgonzola, salamino della duja.

Mi sono portata dietro, grazie alla cortese collaborazione del fidanzato catalano auto-munito, due metri cubi di libri. Resterò in giro ancora un po’ e non posso stare senza i libri (come avete letto, Gentili Utenti, ho un po’ robetta da finire).

All’inizio, a Bologna, ho cominciato ad ammucchiare i volumi pensando solo al fatto che dovevo portarmeli dietro per lavorare. Poi ho realizzato che quello era un embrione di trasloco, perché quegli oggetti non sarebbero mai tornati lì dove stavano fino a quel momento. È stato un po’ strano guardare gli scaffali mezzi vuoti della libreria dopo tanti anni. Gli oggetti, e la loro assenza o presenza, hanno un particolare potere sul mio temperamento malinconico. I cambiamenti, secondo me, si misurano tramite gli oggetti più che tramite le persone. Delle persone ci si aspetta che cambino (le donne incinte mettono su il pancione, i quarantenni perdono i capelli, i tossici i denti), ma gli oggetti no: se l’arredo interno del tuo bar cambia completamente, per esempio, è perché c’è un nuovo barista. Ma se fosse rimasto quello di prima, non avresti tavoli minimal alla giapponese e musichetta lounge, bensì le solite assi incise e scheggiate di prima, e il bancone di alluminio e fòrmica: quelli mica se ne sarebbero andati: come tutti sanno, le sedie e le cose inanimate in genere non si spostano da sole. Che tu da un giorno all’altro ti ritrovi circondato da fighetti col collo della camicia alto dodici centimetri e supergnocche abbronzate anche a dicembre, sempre continuando all’interno della precedente metafora, è solo una conseguenza, un corollario; quel che ti dà la reale misura del cambiamento è la dipartita irrimediabile dei tavolacci scheggiati.

Ad ogni modo tutte queste cose le teorizzo ora, mentre scrivo, non è che stavo lì a filosofare davanti alla libreria. In quel momento, pensavo solo un estatico, laconico e riassuntivo: “Cazzo…”.

Che includeva gli otto anni, le cose e le persone passate, la città che è tutt’un’altra e bla bla bla.

Avrete ormai capito, Stimati Lettori, che il presente post è sostanzialmente una enorme giustificazione decupla, ventupla, trentupla per il fatto di non aver scritto una cippa di niente in questi mesi.

Spero che le scuse siano bastate, spero che ci sia ancora qualcuno che non ha perso le speranze, spero che passerete ancora di qua e spero per voi il meglio possibile.

A presto, inshiallah.

Annunci

~ di cocochanel su settembre 1, 2010.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: