Fila

Aspetto l’autobus, nelle orecchie Ankle Injuries, stesso posto, stessi portici di sempre davanti, sempre notte, sempre buio. Oh, se me la ricordo, quella vacanza. Forse la migliore di sempre. Tanto perfetta che, nel momento stesso, sapevo che non sarebbe durato. Ancora non sapevo cosa, ma sapevo che una tale perfezione gli Dèi la danno una volta sola, ed è meglio prendersela, non sapevo cosa, ma poi ho saputo che avevo ragione, che una tale perfezione gli Dèi la danno una volta sola, e ho fatto bene a prendermela. E quei suoni, anche quelli perfetti. Minimi, e perfetti, io c’ero, lì, ad ascoltare Ankle Injuries dal vivo, in un’estate capitata per caso, in un punto x della Spagna, a sentire quei suoni minimi e perfetti, al posto giusto, chi è davvero artista non ha bisogno del barocco, gli basta tre colori e un pennello mal messo (bibliografia: chi ha voglia cerchi in questo stesso luogo del cyberspazio).

E tutto sa di vecchio, puzza di muffa, i pavimenti che calpesto, la sfacciataggine delle vetrine di lusso, alcune parti del mio passato, e questo malessere che c’è in giro. Tutti raccontano di nient’altro che problemi. Non si trova nemmeno più un posto da cameriere in nero il sabato sera, non si scopa, quando si scopa è peggio di prima, perchè non sono nient’altro che problemi. Tutti indecisi, stanchi, incerti, grigi, con l’indice sulle labbra e gli occhi che guardano in alto, il vecchio con la testa d’oro e i piedi d’argilla dell’Antico Testamento, le facce di creta, decrepite, di Svankmajer, il pus schifoso che trasuda da ogni poro di ogni corpo sociale, qui ed ora.

E anche ogni pagina che scrivo qui in questo blog, penso, è sempre più stanca, afflitta, inerme, immobile, indifferente.

Il confronto rende la daily life peggiore. Il confronto con un altrove, a poche centinaia di chilometri da qui, dove anche qualcosa è in declino, dove non c’è il paradiso, ma la normalità.

Qui le puttane di Berlusconi, il caso Marrazzo, la sinistra (che pure ha un deputato transgender) che chiede le dimissioni al Governatore, senza rendersi conto della differenza tra chi paga troie e voli di Stato coi soldi pubblici e chi scopa con chi desidera nel proprio appartamento. Dichiarazioni che si susseguono a ritmo incalzante, l’una annulla l’altra, l’irap tolto algli industriali, la vita privata di Marrazzo, le dimissioni o no di questo o quello.

Un sacco di volte, da brava geek, mi sono chiesta come dovesse essere la vita di un senatore della Roma del VI secolo. Ora, forse, lo immagino; una carica crepuscolare, svuotata di ogni significato, una vita spesa a far chiacchiere, ogni giorno e negli stessi luoghi (una cena in una villa in campagna, un confronto nel foro, due parole con un mercante appena venuto dall’Oriente) mentre la lingua e i gesti, e l’abbigliamento, e forse anche il modo di mangiare e di fare l’amore barbaro, stavano conquistando Roma.

Qui tramonta qualcosa.

Da anni, ci si chiede quand’è che andremo sotto Palazzo Chigi coi forconi. Da anni ci chiediamo cos’è che ancora ci devono togliere prima che ci incazziamo sul serio.

Ma noi, maschere d’argilla impassibili, rimaniamo al bar a discutere sulle questioni di lana caprina, mentre un baratro e un oceano di sterco si spalancano sotto ai nostri piedi. Noi dritti come i senatori romani, impettiti aspettiamo i Barbari ( i musulmani? I comunisti? Gli stranieri? Berlusconi?) sperando che in fondo siano la soluzione, come diceva il buon Kavafis. Noi stanchi, e i Barbari che non arrivano, perchè la colpa è solo nostra, e di quello che abbiamo fatto, pensato e votato (o non votato) negli ultimi dieci anni. O forse negli ultimi cinquanta.

E io che ascolto Ankle Injuries alla fermata dell’autobus, io, che posso fare? Che posso fare, dopo aver tentato tutto (tranne il terrorismo) da quando avevo quindici anni?

Io che ascolto alla fermata dell’autobus, io che guardo, sempre le solite cose, una crepa in più ogni giorno (nel pavimento, nelle anime), io miracolosamente sana, io senza troppi problemi, io contenta di avere quattro arti che funzionano e gli occhi che ancora vedono (potrebbe essere l’ultimo giorno, per me e per voi), io posso continuare a danzare sul filo di questa merda, passandoci sopra, leggera, e sperando che gli schizzi non mi arrivino fino in bocca.

Felice di non aver incontrato l’ennesimo Romano enigmatico paranoico smidollato che passa la giornata alle terme a migliorare la pelle e farsi un sacco di domande (mentre il Goto della porta accanto, nelle stesse ore, ti scopava la moglie e abbatteva tre etteari di bosco per far legna), felice che i miei amici più cari abbiano il coltello tra i denti e due coglioni così (non a caso, persone che hanno problemi più grossi che interrogarsi sui mali del mondo mentre il Governo gli toglie il sedile da sotto il culo), felice che posso tentare, tra un po’, qualcosa di diverso. Non necessariamente meglio, attenzione, ma almeno diverso, che è la sensazione che ha chiunque sia stato oltralpe negli ultimi tre anni (o cinque? O venti?).

Forse fallirò.

Ma tant’è. L’importante, come si dice, è essere consapevoli: e infatti queste pagine sono sempre più stanche e tirate.

E quella vacanza, by the way, è stata proprio una delle migliori di sempre.

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~ di cocochanel su ottobre 24, 2009.

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