Esco un attimo a prendere le sigarette, amore.

Allora. La mia scomparsa improvvisa ha giustificazioni più che valide.

Il 29 di aprile sono partita da Bologna alla volta di Trento, dove giacciono silenziosi e misteriosi i reperti archeologici che devo studiare.

L’idea era quella di star via tre giorni (e infatti avevo portato: numero tre calzini, numero tre mutandine e numero un reggiseno, un paio di pantaloni di scorta, due maglie).

Invece me ne sono rimasta a zonzo per ben diciassette giorni, riguadagnando il patrio bolognese suolo soltanto ieri 14 maggio, passando nell’ordine da: Trento, Trieste, Grado, Aquileia, Cividale del Friuli, una notte a Bologna (dove peraltro non ho nemmeno dormito a casa mia), e di nuovo Trento. Tutto per ufficiali motivi di studio, infarciti di graditi siparietti ludici.

no, non è Napoli, è Trieste, alla faccia di chi dice che al nord c'abbiamo solo la nebbia

Come si fa a restare in giro diciassette giorni con una valigia per tre? Si lavano i calzini e gli slip praticamente ovunque e con qualunque cosa, si sta in pigiama nella casa del tuo caro amico triestino (sprovvista di ogni comfort e senza nemmeno la cucina a causa del recentissimo acquisto e delle conseguenti enormi ristrutturazioni) mentre aspetti che i vestiti si asciughino al sole in terrazza, si sta coi jeans a casa del sopradetto amico aspettando che la biancheria e il pigiama asciughino al sole in terrazza, ci si accontenta di poco e si riscopre ancora una volta il piacere di rendersi conto che per vivere bene non serve quasi un cazzo (a parte un sacco a pelo, una saponetta e le sigarette).

La vista dalla mia finestra di Trento

Del fatto che trovi Trento graziosa, vivibile, civile, pulita, piacevole e abitata da persone serene e cordiali forse non ho mai parlato in questo blog, ma è cosa nota ai più tra quelli che hanno l’immensa fortuna di conoscere questa cacaminchia un po’ rimbambita di persona.

Trento

La scoperta è stata il Friuli Venezia Giulia (lo scrivo per esteso perchè i Friulani-giuliani sennò si offendono).

Grado Grado_2

La mia idea della regione, in precedenza, era mutuata da: 1) la visione del film Va’ dove ti porta il cuore all’età di quattoridici anni (fotografia struggente-malinconica con paesaggi solitari e tristissimi e lande desolate battute da un vento impietoso; cielo perennemente plumbeo per suggerire  allo spettatore che i personaggi della Tamaro non se la passano per niente bene); per inciso, nonostante avessi quattordici anni e non avessi ancora visto tutti i film di Kim Ki Duk e dei fratelli Coen, la pellicola mi aveva suscitato anche allora un netto moto di disapprovazione; 2) una visita veloce (rigorosamente chiusi in pullman, dato che avevano appena tirato giù le Torri Gemelle) per Trieste con i miei compagni di classe durante la gita di IV superiore, mentre andavamo a Budapest. L’80% delle persone che avevo intravisto attraverso i vetri aveva più di settant’anni, la città mi sembrava grigia e spenta e quando ci hanno mollati per mezz’ora in libertà vigilata sul Molo Audace  non vedevamo l’ora di risalire in pullman, perchè il freddo e la bora ci stavano staccando la pelle dalla faccia.

Cividale

Cividale_2

A maggio 2009, invece, scopro che: Trieste, invasa dal sole, toglie il fiato. E’ abitata anche da persone sotto i settant’anni, alla mattina vieni svegliato dal canto dei gabbiani, e con cinque minuti a piedi, in salita su stradette tortuose che sanno di Lisbona, ci si ritrova in mezzo al verde, ma non un verde qualunque: un verde intenso, lucido e lussureggiante, prorompente, che odora di fiori e di bosco in modo violento e sfacciato. E se guardi tra gli alberi, giù in fondo puoi vedere il mare.

Tra questi ameni luoghi occhieggiano casette d’altri tempi, casette carsiche nelle quali, in questo periodo, ci si reca per rendere onore ad un’antica tradizione del posto: sbronzarsi con gli amici. Sono le osmizze: ai tempi del regno austro-ungarico, Maria Teresa d’Austria aveva accordato ai contadini il permesso, per qualche giorno all’anno, di vendere i propri prodotti senza che fossero soggetti alle tasse. Al giorno d’oggi, questo significa che puoi trotterellare da un punto a un altro delle colline carsiche a casa di sconosciuti che agghindano e preparano il giarino con tavoli e candele per poter vendere agli allegri avventori il proprio vino e i propri salumi, formaggi eccetera. Il tutto per una cifra talmente ridicola che anche un Oliver Twist  potrebbe aggiudicarsi una sbronza con garanzia di caduta libera nel dirupo al ritorno. Devo raccontarvi di quanto erano buoni il vino e il cibo? No, non devo raccontarvelo, ve lo immaginate.

Cibo buonissimo tipico cividalese, si chiama Frico

Altre cose fatte/viste: sagra del paesino su in montagna (dieci e lode); Grado (con la sua aria un po’ poesia, un po’ congelata a cent’anni fa); Cividale e Aquileia, meraviglie e parco giuochi dello studioso di arte e archeologia altomedievali.

Papaveri tra Grado e Trieste

E il sole, il sole e i campi di papaveri (tra i quali il mio amico F*, che è una specie di Cartier-Bresson, ha voluto fermarsi, con grande gioia della sottoscritta, a fare le foto), le strade in mezzo all’acqua della laguna, le colline di Cividale coi loro vitigni e i posticini dove bevi un bicchiere sotto l’ombra del fico, nel torpore calmo del primo pomeriggio, per ottanta centesimi.

Beh, insomma, cari Utenti, ora sapete perchè sono sparita per così tanto tempo, e spero vogliate perdonarmi l’assenza ed essere clementi, continuando a visitare speranzosi le pagine di questo umile loco del cyberspazio.

A presto, Gentilissimi Lettori.

Io esco a prendere le sigarette. Torno subito.

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P.S.: se passate con il mouse sulle foto, dovreste vedere la didascalia]

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~ di cocochanel su maggio 15, 2009.

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