Carver, il “carverismo” e il mio amico Orgone

raymond_carver

Un mio amico ha pubblicato recentemente un post davvero notevole a proposito di un aspetto -o meglio, una conseguenza- della scrittura di Carver, il che mi ha dato la scusa di riflettere di nuovo sullo scrittore e di scrivere a mia volta questo post (mi capita molto raramente, leggendo, di pensare con orrore a cosa sarebbe successo, a quanto mancherebbe al mondo, se una notte di X anni fa i genitori dell’autore non avessero fatto all’amore; è uno dei tanti “pensieri stupidi ricorrenti” che annebbiano questa povera mente; beh, per farla breve con Carver mi è successo: meno male che Carver è esistito).

La scrittura di Carver è stata chiamata “minimalista”: niente lunghe descrizioni dei pensieri dei personaggi, niente flussi di coscienza, niente “grandi azioni” da eroe o da antieroe che diano facilmente un senso univoco e comprensibile alle storie e alle psicologie descritte: spesso quel che dà un significato a un intero racconto è racchiuso in una parola, in un aggettivo, in un piccolo gesto; in molti casi il “referente” che dovrebbe orientarci nella comprensione del testo è esterno al personaggio -un fiume, un rumore, un odore-, e a un primo sguardo pare non avere nulla a che fare con quel che avviene all’interno. Quello che possiamo leggere in Carver è la “superficie”, è un decimo dell’iceberg (come diceva il mio amico), ma sotto ribolle tutto un mondo, qualcosa che non viene descritto esplicitamente ma che c’è -e spesso è terribile-. Il mio amico parlava del fatto che questo “minimalismo” è stato molte volte frainteso, e ha dato origine, presso quelli che tentavano di imitarlo, a una scrittura “vuota”, altrettanto -stilisticamente parlando- povera di descrizioni e rassicuranti “spiegazioni”, ma dietro alla quale non c’è niente: una scrittura in cui non c’è nessun iceberg da intuire o scoprire; semplicemente, una scrittura priva di referenti (che non vengono “taciuti” per scelta, ma che, semplicemente, non esistono): e questo è ciò che viene chiamato “carverismo”.

Io, qui, vorrei focalizzare l’attenzione su un altro effetto dello stile utilizzato da Carver, quello che me l’ha fatto amare così tanto e che (oltre a mostrare chiaramente la differenza tra Carver e il “carverismo”, tra l'”originale” e la “copia”), secondo il mio “profano” e modestissimo parere, è ciò che lo rende grande, grandissimo. Non sono un “tennico”, come si dice qua a Bologna, sicuramente non sono un critico e probabilmente scoprirò l’acqua calda; ma anche se la mia conoscenza dell’autore è di gran lunga inferiore a quella del mio amico Orgone, che è l'”esperto”, approfitto ugualmente dell’occasione per parlare di questa stella lucentissima.

Quando si legge Carver per la prima volta bisogna “fare la bocca” a questo suo cosiddetto “minimalismo”: si intuisce da subito, però, che si ha per le mani qualcosa di “grosso”. Quando, poi, si capisce con che tipo di ambientazioni e personaggi si ha a che fare, ci si aspettano il malessere, la disperazione, la claustrofobia: qualcosa di forte e conclamato. Ce lo si aspetta perchè la letteratura di cui si è fatta esperienza in passato ci ha abituati a questo: si sa già -o si immagina di sapere- quel che ci attende.

Invece no: Carver non solo ci nega l’eroe e l’anti-eroe ma, attraverso il suo stile così “asciutto”, ci nega la possibilità stessa dell'”emozione forte” e ben definita (sia pure il disgusto, il senso di squallore, la sensazione di claustrofobia) cui siamo abituati presso altri scrittori. Di solito, infatti, il meccanismo è: faccio finta di parlare di cose e situazioni “normali e quotidiane” ma l’intento è quello di suscitare una nausea chiara e netta verso questa supposta “normalità” che in realtà però fa schifo perchè il mondo è una merda, ci sono la crisi, la disoccupazione, un capitalismo schizofrenico, l’ingiustizia, lo Smarrimento del Singolo di Fronte alla Violenza Inaudita dell’Essere Umano e bla bla bla. Carver rompe questo meccanismo, va oltre il topos, non ci lascia nemmeno la soddisfazione si scuotere la testa e scandalizzarci: questo, attenzione, in superficie; perchè esattamente come “sotto” il primo strato della testa dei personaggi succede il finimondo, così sotto il primo strato della nostra testa di lettore succede il finimondo: e infatti, a lettura ultimata si ha come l’impressione di aver ricevuto un pugno nello stomaco, ma non si sa perchè: e cercare di rintracciare nel testo una frase o un brano precisi che possano darci la ragione di questa sensazione è quesi sempre un’impresa fallimentare. Non c’è urlo e non c’è strazio: eppure, alla fine, hai quella sensazione di pugno nello stomaco (e questo è possibile, appunto, perchè dietro e oltre a quanto in Carver è esplicitato c’è molto di più: ci sono psicologie molto complesse, ci sono il malessere, il senso di inadeguatezza, e una critica sociale tanto più aspra quanto non “svolta” e descritta in un testo articolato e coerente) .

Questa è, secondo il mio umile parere, la prima cosa che rende Carver grande; la seconda, che ne è un corollario (e che è sempre una diretta conseguenza delle scelte stilistiche), è l’impossibilità, da parte del lettore, di realizzare un “distacco” dalle situazioni e dai personaggi che gli permetta una rassicurante e salvifica “catarsi”. Mi spiego meglio: continuando il ragionamento di prima, di solito la supposta “normalità” e quotidianità che in altri autori ha la funzione di suscitare disprezzo e disgusto ha come effetto, sul lettore, il fatto di provocare in un primo momento, appunto, la “scoperta” dell’abisso di squallore che si può celare dietro ad esistenze formalmente “soddisfacenti” e “appaganti”, e in un secondo momento il “distacco”; come a dire: questa vita di cui leggo è un totale disastro ma, anche se per certi aspetti è così simile alla mia, è chiaro e lapalissiano che la mia esistenza è differente: io non sono come lui, io non sono così squallido. Una specie di piccola “catarsi”, per l’appunto, resa possibile dal fatto che solitamente le sofferenze, le sfortune, il malessere dei personaggi sono, anche se in minima parte, esplicitati, “descritti”.

Carver invece ci tiene legati mani e piedi: vediamo benissimo quanto le nostre esistenze siano simili a quelle dei suoi infelici personaggi, ma il fatto di non dire, di non descrivere, di non esplicitare (se non attraverso un singolo aggettivo, un pronome, o addirittura semplicemente una virgola), non permette il “secondo passaggio”; non abbiamo nessuna scusa, nessun appiglio, per potere dichiararci distanti e diversi dai pesonaggi: la disperazione che trapela dal testo è solo intuita (sono i nove decimi sommersi dell’iceberg), esattamente come accade nella realtà. Nessuno ci spiega, nel mondo reale, cos’è che di preciso ci fa stare male, così Carver non ci spiega esplicitamente cos’è che rende miserevoli alcuni dei suoi personaggi: la soluzione, in entrambi i casi, dobbiamo trovarla noi, e questo costa fatica e sofferenza tanto nelle nostre vite che nella finzione letteraria. I personaggi di Carver siamo noi, in tutto e per tutto, e non ci è data la rassicurante occasione di dire, con grande presunzione: “No! Questo non sono io, non mi riguarda, la mia esistenza è altro da questo”. Non si sfugge all’identificazione, non è possibile la differenziazione (tra noi e loro).
Beh, questo, credo, i “carveristi” non riusciranno mai a farlo. Ed forse è il motivo per cui i “carveristi” passano, ma Carver resta.

Annunci

~ di cocochanel su febbraio 20, 2009.

6 Risposte to “Carver, il “carverismo” e il mio amico Orgone”

  1. ma che esperto ed esperto! ma che dici.. 🙂
    comunque sì, credo tu abbia individuato un punto importante della scrittura carveriana: il voyeurismo. uno degli aspetti che rendono il suo modo di scrivere tanto potente, a mio modo di vedere, è proprio la complicità estrema che viene a stabilirsi tra personaggi e personaggi, da un lato, e personaggi e lettore, dall’altro.
    se noti tutti i personaggi di carver si rivolgono agli altri per avere conferme su loro stessi (generalmente “spiano” negli altri la sofferenza per percepire la propria sofferenza come meno devastante) e questo è esattamente ciò che li rende incapaci di comunicare tra di loro. la stessa cosa più o meno accade con il lettore, che diventa partecipe a sua volta di questo gioco voyeuristico. di conseguenza non può far altro che mettere in gioco una parte profonda di sè e aprirsi dunque ad un confornto (spesso anche doloroso) con i personaggi di cui sente raccontare.
    sul fatto che questo effetto venga ottenuto tramite l’azione di non-dire aggiungerei qualcosa. il non esplicitare certe peculiarità psicologiche dei personaggi crea certamente il terreno adatto perché si instauri questo gioco voyeuristico (nel senso che avendo meno informazioni sui personaggi siamo costretti a riempire le figure di noi stessi). l’altro aspetto importante è però che le motivazioni che spingono i personaggi a fare ciò che fanno sono endemiche all’essere umano, da un lato, e al cittadino occidentale dall’altro – e, più importante ancora, sono esattamente quel “non-detto” e “rimosso” di cui le nostre vite sono piene. per questo l’identificazione si realizza su un livello di base, molto profondo, che rende impossibile un vero e proprio distacco a racconto concluso.

  2. Che dire, Orgone? Puntualissimo e pertinente, come al solito…grazie di essere passato di qua! A presto, Coco

  3. bellissima analisi. Condivido in pieno sia il pezzo di Cocochanel che il commento di Orgone5.

  4. leggendolo ho capito perchè Don Spadaro ha intitolato la sua biografia su Carver, “Un’acuta sensazione d’attesa”.

  5. Che belle parole, Cletus! Grazie mille. A dire il vero, temevo di trovare qualcuno che commentasse dicendo che ero una pazza ignorante… Fa piacere sapere di aver scritto cose che -a quanto pare- non sono del tutto farneticanti…Grazie ancora.

    P.S.: ho iniziato a leggere il tuo blog…

    😉

    Coco

  6. ho iniziato a leggere Principianti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: