Piemonte, di nuovo.

Girando in macchina per le strade deserte già alle otto di sera, in fila alla posta, in edicola: c’è qualcosa di morbosamente attraente in questa provincia profonda, da cui sono fuggita con l’impeto dei vent’anni -oggi non c’è più quel deciso disgusto, solo un vago senso di incertezza, di incomprensione-, nella quale non sono più abituata a vivere. Torno qui con lo spirito leggero del turista, compro Toma piemontese e bevo Barbera, entro in pub affollati con musica mediocre e prevedibile a un volume troppo alto -dove le ragazze e i ragazzi portano scarpe e acconciature tutte uguali-, guardo la televisione che i miei genitori accendono durante la cena: tutte cose che, a Bologna, non faccio mai: incursioni dal sapore voyeuristico in un mondo che non mi appartiene più, o a cui forse non sono mai appartenuta davvero, a giudicare da quella lontana foga di andarsene dei vent’anni.

L’identità, dicono alcuni antropologi, si costruisce attraverso il confronto con l’alterità: così, quando sono qui, la mia vita a Bologna, che normalmente è tutt’altro che eccitante, si trasfigura in un quadro confuso di luci soffuse dentro a un bar dove ogni tanto si suona del jazz, di vociare persistente, di educate risate, curiosi copricapo, troppe giacche di velluto, sofisticati drink, si parla di cinema -chi non ha un’opinione ben chiara su quello che ha vinto a Cannes o a Berlino è guardato con aria compassionevole-, di letteratura, di sbronze, di donne, di uomini. Quando sono qui, la mia vita bolognese tra i caffè e le biblioteche diventa un quadro espressionista tedesco, un “bel mondo” colorato e raffinato, ma ansioso di mostrarsi assolutamente “alla mano”, una sorta belle epoque postmoderna (d’altra parte, quando sono a Bologna, delle “dolci” terre natìe ricordo solo il meglio: il boschi e il fiume di “pavesiana” memoria, le interminabili serate spese girando attorno a un biliardo o facendo l’amore sull’erba, o ascoltando musica in silenzio, di notte, in riva al lago, guardando attraverso il vetro della macchina e fumando lentamente).

Qui mancano tutte le cose che costrusicono giorno dopo giorno il concetto di “normalità” della mia esistenza emiliana, qui, come altrove -anche a Bologna-, le vite delle persone sono per la gran parte vuote, rassegnate, senza ambizione, sempre uguali.

Eppure c’è qualcosa di morbosamente attraente in questa provincia profonda, una calma senza pretese negli occhi della gente, un’educazione un po’ affettata e solidamente contadina nel modo di chiedere un caffè, una maniera goffa e ingenua di accostare calze di nylon a quadri -classiche e femminili, adatte a una donna di mezza età- e gonna a righe -un evergreen- con la garbata intenzione di apparire eleganti.

Girando in macchina, guardo le luci accese nelle case delle persone: quasi si sentono l’odore del minestrone o della pastasciutta, la sigla dei quiz delle sette, un’intimità familiare misteriosa e impenetrabile, fatta di cose-persone-parole-gesti abituali che mi sono estranei.

So che le vite là dentro, come ovunque, non sono tristi nè felici, in genere non hanno picchi o novità, seguono placidamente i ritmi stagionali delle messe di pasqua e di natale, del weekend sulla neve in inverno, della settimana di ferie a ferragosto tanto agognata e poi volata via in un soffio. Ma mentre le persone, coi loro sguardi calmi -e sereni, quasi bovini-,  si salutano, chiacchierano, si scambiano usati  e prevedibili convenevoli, non posso fare a meno di immaginare quella loro intimità casalinga e umida, spesso squallida, che intravedo dalle finestre accese d’inverno, e mi sembra una soluzione, un rifugio, una terza via triste ma sicura, mi chiedo se aver girato il mondo sia servito e servirà, mi chiedo se quest’ansia di conoscenza, di studio, di informazione sia poi così essenziale, o forse se sia meglio non sapere troppo, non aver visto troppo, l’accontentarsi delle cene dei coscritti, dello shopping il sabato pomeriggio, della Festa dell’Uva a settembre, dell’amore fatto piano e timidamente, del giornale e del caffè la domenica mattina.

Il mio “bel mondo”, di certo, mi ha fatta sua, e di qui non si torna indietro: ma quella calma rassegnata nello sguardo non ce l’ha, e non importa se sono l’ignoranza, la semplicità, l’inconsapevolezza o la serena accettazione del grigiore a farla; quella calma rassegnata dello sguardo nel mio mondo non esiste.

Saranno queste, più che il fiume e i boschi, le radici? Immagino qualcuno nato e cresciuto a Milano, o Torino, o Parigi: forse non noterebbe niente. Saranno queste le radici? Sentire questa morbosa attrazionerepulsione per qualcosa che non ti appartiene, ma che conosci molto bene? Le radici: passare in macchina, d’inverno, e quasi sentire il tepore che ci dev’essere dietro le finestre, sprofondarsi nella ritualità della spesa, del pub, dell’uscita alle nove, e avvertirne il mistero, la viscerale e straniante bellezza, in un’estetica che non è la tua, ma che per tutta la tua gente è l’unica forma, l’unica soluzione, la sola possibile.

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~ di cocochanel su febbraio 9, 2009.

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