Treno-radio-bicchiere-assessore

Senza fretta, imperturbabili e ferme, le simmetrie dei gesti ripetuti attraversano i mesi e gli anni che si accumulano uno sull’altro; così, il gesto consueto di ritrovarsi con un bicchiere e una sigaretta davanti allo schermo si compiace di auto-celebrarsi ancora una volta come un rito, e si mantiene uguale a se stesso mentre scivola e penetra momenti, stati d’animo, pensieri, oggetti del pensiero, date, giorni, rivelazioni, epifanie, situazioni socio-economiche e condizioni metereologiche unici e diversissimi tra loro, e combinati in un’equazione altrettanto irripetibile.

Da fuori, l’immagine dev’essere monotona: le medesime azioni in sequenza si ripetono a cadenza regolare sempre nello stesso ordine; al massimo cambia il contenuto del bicchiere – un giorno speciale o un giorno mediocre?; quella volta che avevi per caso una bottiglia di bordeaux; quell’altra che ti sei versata un goccio del rum che avevi nell’armadietto da anni per vedere se faceva poi così schifo come te lo ricordavi (e sì, faceva proprio così schifo)-. Si prendano tabacco, cartine, portacenere e accendino. Li si trasferisca in prossimità della tastiera. Si estragga la bottiglia dal frigorifero o dal luogo fresco e asciutto dove la si conserva. Si afferri un bicchiere, si provveda ad un’adeguata selezione di brani musicali. Ci si assicuri pace e solitudine, si scelga un titolo casuale per il documento di testo che si sta per creare.

Si cominci da una consonante qualunque, nel caso, come stasera, non si abbiano le idee chiare o non si possa, per ragioni tecniche più che personali, descrivere con sufficiente chiarezza il flusso di immagini eterogenee e discordanti che trafiggono la mente in modalità random. Non c’è urlo, non c’è strazio in tutto questo, non c’è nemmeno ferma indignazione, non c’è scandalo, dolore o gioia, o costernazione o stupore o morbida dolcezza o passione pungente: se ci fossero, se ci fosse una qualsiasi di queste cose, o se una sola si manifestasse in maniera definita –cioè se non premessero tutte insieme con equivalente urgenza- non si darebbe la condizione iniziale appena descritta come “senza avere le idee chiare”. Spesso, in questi casi, si finisce –lo si è notato in anni di pratica e di meticolosa ripetizione cadenzata dello stesso rito- con l’iniziare da una riflessione metaletteraria, o metascrittoria, se “letterario” vi sembra troppo, decidete voi.

A Gaza si consumano i soliti abominii nell’indifferenza generale della stampa italiana, che non si preoccupa di specificare il contesto storico che partorì la sacrosanta “autodifesa” israeliana cui assistiamo in questi giorni – l’odore della pelle, che non avevi mai sentito prima. Schultz utilizzava veri spartiti musicali di Beethoven per le vignette in cui Schroeder suonava il pianoforte di fronte ad una perennemente estasiata Lucy: un’altra ragione per lodare Il Genio – e faceva proprio caldo, ma quello lì era un tepore di un’altra specie, sbocciato chissà come nella evidente assurdità delle circostanze, indubitabile bruttezza del luogo e prosaicità della situazione. Devo passare al vaglio 84 passi bilici contenenti la parola “porpora” il più presto possibile, sforzandomi di ricavare quanto di più eccellente e brillante possa essere compreso nella categoria “prima pubblicazione di una giovane aspirante studiosa negli Atti Di Una Sorta Di Convegno”, allo scopo di attuare il migliore degli ingressi possibili nel radioso mondo dei cosiddetti “cervelli a disoccupazione garantita”, ma l’altra sera avevo un sonno tremendo eppure poi non riuscivo ad addormentarmi, perchè giusto una parola, l’immagine in potenza di un fatto che abbia appena un minimo di possibilità di divenire atto –dico sempre che la Filosofia al liceo non mi piaceva, ma spesso mi rendo conto che se qualcuno non mi avesse obbligata a studiarla non avrei le categorie mentali per interpretare un sacco di cose, per esempio adesso- un’immagine che non mi piace, davvero non mi piace?, non l’avrei immaginato un minuto fa, eppure immaginarmi la scena che mi è stata descritta come desiderabile muove rimescola qualcosa, sorpresa, che succede?, ci sarà da preoccuparsi?, ho fame, magari c’è rimasto del pane, giusto per dare un morso, o forse cucino una cosa buona.

Registro: la mia coinquilina annuncia di aver acquistato un volo per l’Olanda; la radio spiega i benefici del nuovo progetto di Sostegno all’Economia del Comune di Bologna, riservato ai soli dipendenti a tempo indeterminato per la evidente impossibilità di stabilire categorie generali valide per i lavoratori precari; mancano il pane e le arance per la spremuta, bisogna scendere a comprarli. Quell’odore, forse, in un altro mondo, in quel momento avresti voluto assaggiarlo, realizzi di colpo, ma tutto sommato non è un pensiero così sconvolgente, non ha senso mentirsi, è normale, ci sta, sono ben altre le cose di cui preoccuparsi, che assurdità, le littorine a gasolio nel 2008, e infatti mica ti cambia la vita, se giusto un secondo dopo sei impegnata a scuotere la testa -indignata e rassegnata insieme- ascoltando l’assessore alle Politiche Sociali che si giustifica goffamente di fronte agli ascoltatori per aver escluso dall’Innovativo Progetto -Unico Nel Suo Genere In Italia E Casualmente Pochi Mesi Prima Dalle Elezioni- la fetta di Società, per l’appunto, che ne avrebbe avuto maggior bisogno.

E’ così, il rapporto tra te e il tuo fedele personal computer che tre anni fa era proprio un gioiellino ma che “tiene ancora –dignitosamente- botta” (come si dice a Bologna) grazie all’oculatezza nel valutare le caratteristiche tecniche all’atto dell’acquisto: qualche volta ti accosti a Lui senza sapere bene che pensare, senza immaginare la sequenza di singoli input a 8 bit –i caratteri- che ne salterà fuori. Lo fai, e speri di non dire troppo, ma nemmeno troppo poco, e di farlo delicatamente, senza annoiare chi leggerà, con grazia, e nella migliore delle forme possibili.

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~ di cocochanel su gennaio 17, 2009.

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