Surgery!

grotte-del-monte-sacro

La novità dell’ultimo periodo è che mi hanno tolto le tonsille.

E’ andata così: mi hanno fatto tutte le visite martedì 25 novembre tra le sette del mattino [!!!] e le tredici [!!!], e ogni volta bisognava ritornare nella sala d’attesa insieme alle altre persone e aspettare che un’infermiera chiamasse. Ho parlato con quattro dottori diversi e fatto un sacco di esami. Nella sala di attesa ho conosciuto la bambina di quattro anni più rompicoglioni dell’universo-mondo. Ha strillato e fatto i capricci TUTTO il tempo, e nelle rare pause si pavoneggiava (detesto fortemente i bambini vanitosi; proprio non li tollero) oppure mandava affanculo la mamma e il papà, senza ovviamente rimediare nemmeno un rimbrotto per questo. I genitori, dal canto loro, hanno trascorso la gran parte del tempo a smesssaggiare come tredicenni con non si sa cazzo chi facendo scivolare le loro veloci dita allenate su tastiere di cellulari da cinquecento euro l’uno. Lui maglioncino color gambero misto cachemere, lei tacco a spillo, super-trucco, pantalone attillato e tutta una nuvola di “so bene quanto sono immensamente gnocca” intorno.

Fatto sta che il giorno seguente mi ricoverano: chiaramente, siccome la legge di Murphy non fallisce mai, sono capitata nella stessa camera con la mocciosa e un altro bambino.

I due piccoli smorfiosi vengono operati per primi, alle nove del mattino. Io vengo lasciata a me stessa, tra crisi d’astinenza da fumo e nervosismo montante, nel letto, fino alle DUE del pomeriggio.

Alle dieci, e mi ero appena addormentata, gli hobbit sono di ritorno in camera: due minuti, tempo che si sveglino dall’anestesia, e inizano a strillare all’unisono sfiorando una quota decibel che sarebbe considerata nociva e inquinante anche in una bettola per amanti dell’hardcore-punk.

Alle dieci e dieci, un impulso di indubbio cattivo gusto ma assolutamente imprescindibile (pena la perdita delle facoltà mentali) fa sì che mi alzi di colpo dal letto e me ne vada fuori dalla stanza facendo schioccare La Repubblica, a passi stizziti nel mio pigiamino nuovo con i pantaloni scozzesi e il fiocco appena sotto l’ombelico.

Probabilmente, nei ricordi delle sei degenti, sarò per sempre marchiata a fuoco con l’infamante colpa dell’assoluta mancanza di ogni pietà e, soprattutto, del benchè minimo sentimento materno. Ma, scusate, proprio non mi evocano niente di tenero due bestiole del peso di dieci chili scarsi che riescono a produrre il rumore di un boeing in decollo. [E poi sono sicura che se mai avrò un bambino, non sarà come quei due].

Mentre esco, medito di chiedere di essere trasferita in una stanza con degli uomini, e mi sfiora la mente una riflessione vetero-femminista che si domanda come mai gli uomini possano starsene in pace a dormire mentre solo alle donne è dato di subire il supplizio di bambini gridanti e frigne continue per tutta la notte, che tolgono il sonno in nome di un supposto e imposto senso di tenerezza che una femmina dovrebbe provare per il solo fatto di trovarsi in presenza di un paio di individui con le braccia e le gambe molto più piccole del normale. Senza arrivare a pretendere che siano i papà (per carità!) ad accompagnare i figli all’ospedale, cosa che in Italia avrebbe dell’incredibile e del francamente imbarazzante (e costringerebbe il poveretto a beccarsi del pappamolla-marito-di-una-donna-snaturata, al bar, per l’eternità), sarebbe molto più equo che i bambini andassero nella stanza degli uomini e le bambine in quella delle donne, indipendentemente dal sesso dei genitori che li accompagnano. Almeno gli strilli e le rotture di palle sarebero uniformemente distribuiti su tutti i degenti, senza favoritismi verso i soliti noti, e cioè tutti quelli con quell’appendice semi-membranosa in mezzo alle gambe.

Sto quasi per varcare la soglia dell’infermeria, o come diavolo si chiama, quando mi fulmina il pensiero che probabilmente, se con le donne mi devo ciucciare i mocciosi, con gli uomini avrei un’altissima probabilità di essere circondata da almeno quattro su cinque individui che russano come dei soldati napoleonici in Siberia, così lascio stare, rassegnandomi nuovamente al ruolo di creatura inferiore che il Corpo Sociale ha voluto per me.

Alle due, comunque, arriva un’infermiera rubiconda e simpatica che mi dà un bicchierino da bere: ecco cosa mi fa tornare il sorriso! L’aspettavo con ansia, questo momento: una spruzzata di allegria nella tristezza della circostanza.

Proprio come mi immaginavo, quel liquidino amaro -la pre-anestesia- era fantastico. Sulle note interiori di “Perfect day” di Lou Reed che rimbalzano da una parte all’altra della testa, il viso segnato da un sorrisetto beato e imbecille, vengo portata davanti alla sala operatoria. Mentre quella roba fantastica saliva, poco prima che l’anestesista mi desse la botta finale in vena, ho il vago ricordo d’aver dato un’immagine di me non perfettamente confacente alla signorina carina e per bene che sono, dicendo una cosa tipo: “Eeeeehi, quella cosa lì che mi avete dato da bere è meravigliosa, se ne può avere un altro po’, dopo?”. E poi, sbam, il buio e il nero, e mi sveglio tossendo come una pazza circondata da altre persone che tossiscono all’impazzata (è il down dell’anestesia, a quanto pare).

Giro la testa a sinistra, guardo il comodino, e…sì, proprio come avevo chiesto (o meglio, come non ricordo bene se avevo davvero chiesto o no), eccole! Ci sono! Le mie tonsille, in un barattolino di plastica trasparente col tappo giallo e un’etichetta ricavata da un pezzo di scoch per medicazioni, che recita, a scanso di equivoci: “tonsille”. Dopo tutto sto sbattimento, almeno volevo vederle in faccia! Sono grosse come una mandorla e di un colore tra il rosso e il rosa. Il barattolino pesa più di quanto ci si potrebbe immaginare.

Prima della sera, faccio ancora in tempo a fare un’altra cazzata; nel frattempo, la bimba non è più così antipatica: sedata ad arte, viene resa più gentile dagli oppiacei. Così, in un moto di senso di colpa misto a quasi-tenerezza, mi avvicino a lei per mostrarle le foto di alcune foche sul National Geographic, e osservo il volto di sua madre inorridire mentre sfoglio le pagine e improvvisamente appare l’immagine di due maschi in lotta mezzo coperti di sangue. Giuro, non l’ho fatto apposta. Non l’avevo vista, quella foto. Accampiamo scuse sul succo di fragola, imbarazzate, ci sorridiamo, ma so che lei vorrebbe uccidermi e probabilmente penserà che l’ho fatto intenzionalmente, e che sono una specie di mostro crudele. Vabbè. La prossima volta che mi viene uno slancio di tenerezza verso un essere umano di piccole dimensioni me ne starò ben ferma e zitta, come uso fare di solito.

La notte in ospedale è strana e silenziosa e piove luce al neon dal corridoio. Mi alzo un paio di volte, insonne. Guardo il panorama dalla finestra, che è bellissimo, perchè siamo al dodicesimo piano e si vede tutta la città, e San Luca, sul colle maestoso: le lucette rosse delle automobili, in cerca di baci furtivi, vi si arrampicano lente per raggiungere il santuario -curiosa affascinante illusione ottica, questa; o forse è solo che da lontano si hanno gli occhi giusti per vedere quanto siamo minuscoli, goffi e tutt’altro che veloci-. La città senza suoni dietro il vetro veglia la nostra notte di malati, improbabile gruppetto di donne riunite per caso, una notte, fianco a fianco; e alla fine arriva l’alba, di un rosso intenso.

L’otorinolaringoiatra ciccione con l’accento calabrese che mi visita frettolosamente per dimettermi alle 7 del mattino mi riporta coi piedi per terra, piedi che poco dopo varcano la soglia, uscendo, dell’ospedale. Mi rammarico di non poter mangiare una brioches: in tutta Bologna, in sei anni, gli unici croissant decenti che abbia mangiato li ho trovati al bar dell’ospedale Maggiore; potere massonico dei medici?

Da allora, sono rimasta chiusa nei miei trenta metri quadrati per OTTO GIORNI, mangiando solo cibi morbidi e quasi freddi. Due maroni così. Non ne potevo più. A un certo punto mi sono chiesta se la sofferenza (fa un male cane) e la privazione, e il ritiro dal mondo, non fossero una buona occasione per meditare e riflettere (d’altro canto, proprio su queste cyber-pagine, una volta ho scritto una cosa lunghissima sulla mimesis a partire da una riflessione su un brano dell’eccellente Sveva Casati Modignani: due cose che a prima vista, e non solo a prima vista, non c’entrano una cippa) o, se non altro, per apprezzare meglio, una volta guarita, i piccoli piaceri della vita.

La risposta è: NO.

Non mi serve la meditazione o l’allontanamento dai beni terreni: io ho amato profondamente ogni singolo aperitivo al mio bar, ogni morso di pizza, ogni mattino col sole e ogni buon odore dell’aria. Le apprezzo già di solito, le piccole gioie della quotidianità (anche perchè non c’è molto altro): ‘ste due palle intergalattiche che mi sono fatta questa settimana proprio non mi ci volevano.

Comunque, oggi ho fatto la prima timida sortita nel mondo esterno (lo immaginate, vero, dove sono andata, anche se mi tocca bere solo analcolici?) per un paio d’ore.

Si sta meglio. Presto, speriamo, la prima pizza, la prima birretta, il primo the caldissimo.

Vi terrò aggiornati, ansiosi Lettori, sull’evoluzione delle mie attività fisiologiche. Tra una polemica e l’altra, s’intende.

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~ di cocochanel su dicembre 3, 2008.

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