Apologia del vecchio, stantìo, demodè ma non abbastanza da essere vintage.

Cazzo, i giamaicani sono sempre i soliti. Il reggae è sempre il solito.

Il che, a un lettore non attento e avezzo a una retorica di qualità mediocre (intendesi qui retorica come da vocabolario, e non come da ri-semantizzazione post-iccia post-moderna con valore negativo), potrebbe sembrare un commento negativo. Invece no: anche il “rock” è sempre il solito. I temi, le basi, le parole, la voce. Ho perfino sentito qualcuno sostenere che esistono “classici giri di chitarra indie-rock”: chissà se è vero. Sicuramente, noi poco sofisticate ragazze di campagna trasferiteci in ambienti poco attenti alla Contemporaneità quali Bologna non abbiamo gli strumenti socio-antropologici per verificare la veridicità di una simile affermazione (e nemmeno gli strumenti socio-economici per mantenerci il ciuffo sulla fronte alla giusta lunghezza).

Ma come uno riconosce un pezzo “rock” da una samba brasiliana grazie a una serie di parametri uditivi (la musica) e semantici (il testo), così il reggae si distingue da qualunque altro genere. E non perchè sia tutto uguale. Questo lo dice chi vuole fare il figo con le sbarbine senza mai essersi preso la pena di ascoltare.

Comunque, fatto sta che un dj coi controcazzi (e purtroppo, lo riconosco, ce n’è pochi, pochisssimi, circa lo 0,5% credo) vi può far ascoltare in una sola sera una marea di roba che voi fatichereste a ricondurre a uno stesso genere. Si va dal confine con lo swing e quasi il fox-trott alla quasi-fusione con l’elettronica e la jungle, passando per i classiconi del “tempo in levare” (cosa che il reaggae ha in comune con il solo jazz, e che non troverete in nessuno dei vostri gruppi “emo” di minchia) e dal reggae contemporaneo giamaicano, che è quanto di più diverso si possa immaginare da quello che il fricchettone medio bolognese si aspetterebbe di ascoltare a Kingstone. E poi ci sono gli americani, adesso, che sono davvero bravini.

E il reggae riesce a essere romantico e toccante in una maniera che spiazza. Io non posso dirmi esattamente romantica, ma quando Junior Kelly dice “If love’s so nice, tell me tell my why i’m sad, if love’s so nice tell me tell me why it hurts so bad”, con quella pronuncia del cazzo, beh, non posso che dire: “Ehy, brotha, è vero, porca vacca” (e sfido chiunque a contraddire tale semplice affermazione): è disarmante, da quanto fila, da quanto è semplice.

Io non sono religiosa, ma quando il vecchio Bobo dice “I know Jah’d never let us down”, sento il fascino del Richiamo, e tutto sommato mi sembra che i miei non sono problemi veri -e questo non me lo fa pensare nessun altro genere musicale. Nessun altro genere è terapeutico e così potentemente serotoninico. Sarà il tempo, sarà la batteria, sarà la voce, ma quella manica di niggaz rastafariani del cazzo sessisti e mammoni, che crescono praticamente tutti senza padre e non fanno altro che elogiare le Virtù Sante di Mammà, salvo poi avere centododici figli da sessanta donne diverse dalla moglie (la stessa figura, più o meno, del “malandro” brasiliano: si leggano libri e statistiche in proposito per verificare i dati appena forniti), quella manica di niggaz del cazzo dicevo, mi convincono.

Mi fanno fare le curve in macchina cantando a squarciagola, ancora alla mia età (uno dei pochi segnali di vita in un’esistenza che è sempre stata assimilabile a quella di un settantenne medio, da quando avevo quindici anni; o almeno così mi si è sempre detto).

E il reggae, poi, è una di quelle cose che dico veramente “mie”, dalla notte dei tempi. E’ un respiro a pieni polmoni, è un sospiro di sollievo, solleva lo spirito, spiritualizza il quotidiano.

Ognuno ha le sue, di cose, quelle sacrosante, quelle che non appartengono a nessun altro: la partita del Bologna, le borsette di Furla, il Bloody Mary in quel posto là vicino alla piazza.

Io, tra le poche altre, ho il reggae. Quello a cui ritorno, quando non stanno intorno persone che non lo sopportino. Quando esco di casa alle nove e c’è il sole e c’è quel minchia di Pato Banton in cuffia, ve lo racconto io come inizio la giornata.

Ve lo racconto io, a voi che vi deprimete con struggenti-occidentali-schitarrate-strascinate-melodicomelensealternative.

Non è [più] di moda, ma non me ne frega una cippa di niente (e spendo meno di parrucchiere).

[Salvo poi, se mi gira, uscire di casa coi Cure a palla].

——————

Dedicato a quel minchia di Fausto.

——————

Bonnenuit, Gentili Utenti.

Annunci

~ di cocochanel su settembre 18, 2008.

3 Risposte to “Apologia del vecchio, stantìo, demodè ma non abbastanza da essere vintage.”

  1. …allora, beccati primo PAto BAnton da solo LIVE (http://www.youtube.com/watch?v=8kAtWHhhKJs) e poi il dub di MAd professor (http://www.youtube.com/watch?v=C4Zcj3UF_JE) che conosci anche troppo bene…
    GWARN!
    bacio
    Fausto

  2. e poi di Junior Kelly al sottotetto? 7 dicembre….buon divertimento. abraço
    Fausto

  3. Mi operano di tonsille il 26 novembre: se sono in piedi il 7 dicembre sarò appiccicata al palco, credo! Thanx… un abbraccio!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: