Ritorni (forse)

Mattina tranquilla finalmente a casa mia (ma per poco), risveglio tardivo e abituale disordine. Ciondolare tra il tavolo e il computer, bere un caffè ascoltando il GR e sfogliando la posta. Morbide abitudini ritrovate danno il benvenuto al mio rientro a Bologna. Casa mia, e quel piacevole e fastidioso non riuscire a schiodarsi di qui fino a dopo pranzo, chè di cose ne avrei da fare, là fuori, ma non vuoi mica uscire prima che la lavatrice abbia finito.

La città è ancora vuota ma il bar è già pieno; silenziosamente, migliaia di stanze si stanno di nuovo popolando; le valigie vuote vengono rimesse in cima agli armadi e si esce a fare un giretto per vedere che aria tira: ci ritroviamo tutti là, alla solita ora: i veterani dell’agosto, visibilmente bianchi, osservano i tavoli rimasti deserti per settimane occuparsi a poco a poco: raccontano di quando non c’era nessuno e faceva tutto quel caldo e ascoltano i racconti dei viaggi degli altri. Chi non è stato in città ritrova lo stesso vociare di sempre, chi è rimasto vede sparire il silenzio estivo all’improvviso, tutto in una sera.

In Albania, per dodici giorni non ho saputo nulla del mondo: i giornali stranieri sono pressochè introvabili, e mi perdo il gossip politico delle vacanze e la cronaca estera. Una foto di Barak Obama in copertina sull’Interanzionele, ad Ancona, conferma ancora prima che paghi chi ha vinto le primarie: i pessimisti pensano: piuttosto che una femmina, un negro (altrimenti, avrebbero potuto pensare: piuttosto che un negro, una femmina). La prima pagina di Repubblica, poco dopo, mi sprofonda nel consueto abisso di follia: i fatti in prima pagina, per i contenuti e per la scelta, hanno un sapore beckettiano: una donna è stata sbattuta fuori da un museo per esserci entrata indossando il velo, Fini si è regalato alcune abluzioni in un mare probito, e sono stati uccisi otto cristiani in India, e il Papa grida allo scandalo, dimentico dei duemila musulmani uccisi per le stesse ragioni e nello stesso Paese nel 2002.

Ecco l’autunno che arriva, e se ne sente già l’odore, ecco il ritorno alla realtà.

Ma io mi godo questa mattina placida, e non voglio ancora preoccuparmi delle cose che ho da fare e che non sto facendo: on air, Pablo Honey dei Radiohead, avevo sete di musica buona e di pezzi evergreen intramontabili, dopo la vacanza a base di musica tradizionale balcanica sparata in continuazione dalle casse dei bar sulle spiagge. Il piacere di accarezzarsi le orecchie e accorgersi che non ti ricordi più chi o cosa ti ricorda una canzone, che è tornata di nuovo tua e basta, svincolata dai fatti e dalle esperienze: le note si sono rimescolate all’accaduto e se ne sono di nuovo separate, come l’olio dall’acqua: quel che è buono torna a galla, il resto rimane confuso e indistinto perchè in fondo non aveva molta importanza, e non ha più importanza distinguere, nel ricordo, un chi o un cosa da un altro chi o cosa: il cervello, si sa, economizza, tenendo vive solo le informazioni utili. Informazioni cui, d’altro canto, non attingevi più già da tempo (è noto che occorrono pochi minuti perchè l’olio si separi dall’acqua): ma la riconferma della musica, per noi così importante, è un ulteriore piccolo “bentornato” sussurrato in queste ore tranquille prima di pranzo.

Come in Italia quindici anni fa, alcuni angoli dell’Albania sono pieni di spazzatura: ma c’è aria di rinnovamento, e le spiagge piene di turisti e di ombrelloni, e i bar con grigliata di pesce sul mare promettono, entro poco, un paesaggio nuovo e migliore. Come in Italia quindici anni fa, la frutta è un po’ meno bella ma è buonissima, dolce, e se ne riconosce il sapore. Dove non c’è spazzatura, il mare è mozzafiato e spesso semideserto (la gente è pigra, come in tutto il mondo, e basta fare trecento metri tra gli ulivi per approdare a spiagge paradisiache).

In giro, solo Mercedes; tutti sono extra tirati (sembra d’essere a Milano e, immersi nella nightlife di Tirana, sfiguriamo, noi turisti dalle scarpe basse, nei lounge bar alla moda): nuovi occhiali da sole e calzature supercool cancellano il ricordo del malessere economico. Guidando fuori città, però, puoi ancora vedere le mucche per strada.

Sopra: Tirana

Sopra: mucca a passeggio

La gente sorride. Se chiedi di un buon ristorante, ti ci accompagnano in macchina (mangiamo pesce alla griglia e carne alla brace per 5/8 €, bibite comprese); se dici che sei italiano, ti raccontano la loro storia là, o quella di qualche parente (troviamo Idlir, che ha abitato in Piemonte vicino alla mia città natale; e Samir, vecchio e con gli occhi larghi e buoni, che ci dice con fierezza del suo papà, laureato in Veterinaria a Torino nel 1938); elencano con perizia i cantanti italiani (rigorosamente solo i peggiori) e hanno sempre una parola gentile per la città che li ha accolti. Credono che non siamo razzisti (i Greci sì che lo sono, invece!). Mi chiedo da dove venga questa convinzione, ma mi dico che comunque è un fatto positivo. Quando spieghi che sei là per visitare l’Albania, perchè eri curioso, sono contenti e orgogliosi: più volte ci dicono: “Gente crede che in Albania si suscedono le cose, invesce no, è tranquilo qui!”; verissimo. E’ tranquillo. Niente terra estrema, niente povertà diffusa (la povertà è, piuttosto, puntiforme: sul lungomare di Durazzo, qualcuno fa l’elemosina), niente terzo mondo, nessuno che assalti i turisti. Famiglie in vacanza con la macchina strapiena del neonato consumismo, fidanzati in gita marinara romantica, modesto struscio e divertimento pacato sui lungomare la sera, tra i ristoranti, i venditori di pannocchie e i bar con la musica dance: buonumore ferragostano, turisti albenesi, kossovari e macedoni.


Tutto è facile, in Albania (tranne forse percorrere alcune strade: le stanno allargando tutte, ed è pieno di lavori in corso), perchè la gente è accogliente e ogni cosa, a noi occidentali in visita, costa poco. Si mangia tanto e benissimo, si beve una buona birra e un ottimo vino.

Il paesaggio, in un attimo, si fa da cittadino a campagnolo, da marittimo a montano-coi-pini-e-tutto, da brullo a boscoso (di quel bosco verdeverde tipo Irlanda o nord Itaia), dove scorre un fiume e c’è una sorgente d’acqua che va giù trenta metri e per questo si chiama “Occhio Blu”.

Sopra: Saranda, sorgente dell’Occhio Blu

Visitiamo Tirana, poi i piccoli paesi di Kruje (col suo castello bellisimo), Berat e Girokastra (bianco accecante per terra, ardesia sui tetti). Tra Berat e Girokastra ci fermiamo ai siti archeologici di Apollonia e Byllis. Byllis in alto, sul crinale della collina, è deserta, al tramonto, e sotto c’è la valle a perdita d’occhio e un fiume reso lucido lucido dal sole che cala, come quelli che si vedono dall’aereo. Poi viaggio in macchina col buio, quattro ore per arrivare a Girokastra, la strada non è illuminata ma c’è una luna piena enorme che rischiara le montagne e le vallate, e a ogni curva siamo più in alto e ci si spalanca davanti agli occhi qualcosa di bello: l’autorevolezza dello spettacolo ci impone il silenzio, e noi tre dietro, stretti sul sedile, guardiamo fuori e pensiamo a chissà cosa. La magia della notte e quella luce di velluto imbevono gli occhi miei, di Laura e di Francesco. A tratti si dorme.

Kruje

Kruje

Berat

Berat

Berat, auto agghindata per matrimonio; i matrimoni sono oltremodo kitsch…

Arrivati alla meta, il miglior Kebab degli ultimi sette anni: lì, come in Turchia, lo fanno con la carne fresca: alla mattina infilzano le bistecche a una a una; alla sera, il gyros è quasi finito. In Italia, invece, la carne è tutta, tutta, rigorosamente surgelata.

Girokastra

Dopo Girokastra, passato il passo di Llogarja (1000 mt) e mangiato in un ristorante tra i pini, ecco Saranda e il sito archeologico di Butrinto, in una laguna che ti pare d’essere in Camargue. Dopo cinque giorni di mare tra Saranda e Himara (a volte le mucche arrivano fino in spiaggia: faccio la felicità di una di loro regalandole un burek agli spinaci che non mi va di mangiare: quando lo vede, e capisce che glielo sto offrendo, tira fuori la lingua e spalanca gli occhi proprio come fanno i cani, poi lo sfila con delicatezza dalle mie dita), si torna a Durazzo. L’ultimo pranzo d’agnello arrosto, l’ultimo raki, ed è già ora di salire in nave.

Intanto, l’estate è finita. Dopo aver salpato, a poppa, il porto che si allontana ci intima lo stesso silenzio di quel viaggio di notte, tra Byllis e Girokastra.

Passo di Llogarja

Apollonia

Apollonia

Porto di Durazzo

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~ di cocochanel su agosto 29, 2008.

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