Postilla su post

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Poi, stavo ripensando a Sveva Casati Modignani. Forse la veemenza con la quale ne ho parlato sarà sembrata eccessiva ed estemporanea. Ma è che, credete, tutte le pagine di tutti i suoi libri sono così. In quello stile. Con quel tipo di irritante punteggiatura. Con quello sciattume di personaggi e trame e ambientazioni. Con quei caratteri ritagliati nel cartone e quei dialoghi artefatti, angolosi e improbabili.

Lo so perchè quando lavoravo in libreria ho cercato di leggerli, i suoi libri. Mai uno intero, confesso, perchè non ce la facevo, generalmente, ad arrivare oltre le cinquanta pagine, causa persistente senso di vertigine, nausea, fastidio, urto. Andavo nel reparto “spazzatura”, appositamente ideato dalla mia meravigliosa “capa” per i libri di un certo tipo, ed estraevo qualcuno di quei costosissimi volumi rilegati in cartoncino, con su stampati dei titoli contenenti, solitamente, nomi di cibi che le donne amano mangiare durante le mestruzioni o simili, in bella grafìa corsiva piena di arzigogoli (già quella discutibile e capace di mettere in guardia sul genere di libro anche un lettore che non sapesse l’italiano). Leggevo qualche capitolo, così, per poter criticare meglio, con più cognizione di causa -o per farmi quattro risate con la mia meravigliosa “capa” sui passi più significativi-.

I dialoghi, si diceva. E’ a questo che stavo ripensando. MA VI PARE che un uomo, nel bel mezzo di un litigio, dica a una donna una cosa come: “Hai il mio disprezzo sentimentale”? A me, sembra che non stia nè in cielo nè in terra. Già una donna che lo dicesse risulterebbe francamente pesante. Ma un uomo. Dio santo. Per fortuna, non ho mai incontrato nessun individuo di sesso maschile che abbia pronunciato frasi anche solo lontanamente simili, nè conosco qualcuno che abbia avuto un’esperienza del genere.

Questa piccola notazione permette, a dispetto dell’apparenza del contesto, di riflettere su un’importante questione.

Sveva Casati Modignani può costituire cioè uno spunto per riflettere sulla mimesis.

Ora, gli Antichi Greci sostenevano che fosse il desiderio di imitare la natura a fornire il primo impulso a creare, e più l’opera d’arte -qualunque essa fosse- le si avvicinava, più era riuscita e degna di pregio.

Da allora, questa idea è rimasta, a grandi linee, più o meno immutata, e sembra farla da padrone ancora oggi, con buona pace di tutte le Avanguardie e degli artisti contemporanei. Mi spiego meglio: io amo le Avanguardie e anche alcuni artisti contemporanei, e sono sicura che lo stesso vale per Voi, stimatissimi lettori; ma non potrete negare che tra i “non adetti ai lavori” -non che io lo sia, attenzione, per carità!- la categoria critico-interpretativa “Che bello, sembra una foto!”, quella che a qualunque prima lezione di una Storia dell’Arte di qualsiasi epoca vi insegnano ad aborrire e respingere, continua ad andare per la maggiore. Per averne una conferma, basta farsi un giretto in una qualsiasi delle mostre di Brescia, ad esempio.

Cioè, fino a un certo punto, la perfetta imitazione della natura ha costituito, si può dire, il principale obiettivo degli artisti, e il metro di giudizio con il quale li si valutava. Da Dante a Vasari e oltre, la letteratura artistica trabocca di ammirate descrizoni in questo senso di questa o quella opera. Dopo questo punto, e cioè più o meno tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, i parametri con i quali si giudicavano le opere d’arte hanno cominciato a modificarsi: alcune persone più colte o sensibili o più vicine al mondo della pittura, accessibile a pochi, iniziarono a comprendere che anche gli strani cubi di Braque potevano dirsi “arte” -ad esempio il buon Kahnweiler, che nel suo entusiasmo critico attribuì ai quadri di Picasso l’anima di filosofi che lui molto probabilmente non aveva nemmeno mai sentito nominare-.

E mentre nel piccolo mondo elitario dei salotti e degli atelier si andava discutendo se fosse più apprezzabile l'”antica” o la “nuova” maniera, iniziava a muovere i primi passi quel processo di “massificazione” dell’arte che, oggi, trascina oceani di persone, tutti i giorni, verso gli ingressi del Moma, dei vari Guggenheim, delle mostre d’arte contemporanea organizzate in tutta Europa. Cioè mentre si metteva in discussione, per la prima volta, il concetto di mimesis come principale categoria di giudizio, già la critica andava biforcandosi e, per la prima volta, ampliandosi: ampliandosi per il numero di persone sempre crescente raggiunto dall’arte; biforcandosi perchè iniziava, contemporaneamente, a delinearsi una netta separazione tra la critica “colta” e quella “non colta”, che aveva accolto come metro di giudizio preferenziale l’antico concetto di mimesis (l’odierno “Che bello, sembra una foto!”).

Lo stesso vale per le opere narrative. A partire dai primi cantori in lingua d’oc, il fatto di comporre poemi nei quali personaggi i destinatari si potessero identificare è stata una delle caratteristiche costanti di buona parte della letteratura (sì, ho letto Auerbach; sì, non l’ho scoperto io; sì, sono d’accordo con lui). I giullari componevano canzoni e poemi popolati di cavalieri, re, nobildonne, e le cantavano di fronte a compiaciute corti di cavalieri, re, nobildonne. Nel Trecento, lo Stilnovismo faceva appello alle corde più romantiche dell’animo dei lettori, affermando che a ogni vero cor gentil l’amor ratto s’apprende (al mio, che scrivo, ma anche al tuo, che leggi, e sicuramente lo sai bene: chi non si è innamorato almeno una volta nella vita?). Più avanti, facendo un salto di diversi secoli, i primi feulleitton proponevano al “grande” pubblico melodrammi ambientati nel mondo dorato dei “ricchi” (che rappresentavano ciò che ai piccolo borgesi che leggevano sarebbe tanto piaciuto diventare), finchè i fratelli De Goncourt, volendo verificare se “le lacrime che si piangono in basso potessero far piangere come quelle che si piangono in alto“, diedero il la alla grande stagione del romanzo realista.

In tutti questi casi, il processo di identificazione tra il lettore e i personaggi è centrale e fondamentale (anche questa, un’antica, antichissima idea, che affonda le radici nelle tragedie e nelle commedie greche), quasi sempre legato indissolubilmente, anche in Letteratura, al concetto di imitazione della natura -il Realismo, il Naturalismo, il Verismo ne fecero perfino l’asse portante della loro arte-. I romanzi cioè, almeno da Manzoni in avanti in maniera espilicita, volevano essere “verisimiglianti”, non vi doveva accadere nulla che non potesse, per lo meno in linea teorica, succedere anche nella realtà.

Mimesis e identificazione con i personaggi, dunque, come due tra gli obiettivi principali (sia detto in maniera molto generica e consapevole di alcune vistose eccezioni, soprattutto per quanto riguarda la letteratura dal Dopoguerra in avanti) delle opere d’arte narrative.

In particolare, l’identificazione dei personaggi avviene, più o meno, secondo due modalità: o c’è coincidenza tra il genere, la classe sociale, l’età, i sentimenti, e via dicendo, del personaggio e del lettore, o il lettore si trova in una condizione tale per cui vorrebbe assomigliare al personaggio. In alcuni casi, l’identificazione si verifica invece per una sorta di “simpatia” accordata in base a categorie quali “buono vs cattivo”, “acuto vs ottuso” eccetera (semplificando molto).

Entrambe le cose, identificazione e mimesis, si realizzano però, nella pratica, grazie alla tecnica scrittoria: vale a dire che io, romanziere, dovrò adottare alcuni espedienti tecnici per rendere la mia opera verosimile e capace di conquistare il lettore. Se sto scrivendo I promessi sposi, dovrò documentarmi sui fatti storci del Seicento. Se sto scrivendo Jack Frusciante è uscito dal gruppo, dovrò essere attento a riprodurre in maniera adeguata lo slang e la vita quotidiana dei règaz bolognesi degli anni Novanta. Se i dialoghi di Brizzi fossero stati scritti con uno stile simile a quello utilizzato da Umberto Eco ne Il Nome della Rosa, la cosa sarebbe apparsa quanto meno fuori luogo, e non avrebbe convinto nessuno -o, forse, ne sarebbe nata una della più grandi opere postsurrealiste degli ultimi decenni, chi lo sa-.

Ora, la misura della percezione di quanto sia o non sia verosimile questa o quella situazione varia a seconda del genere e del pubblico: cioè io posso arrivare a intuire che sì, probabilmente Ada di Jack Frusciante potrebbe aver parlato in quel modo, ma non sono in grado di verificare, per esempio, se quel particolare termine in dialetto bolognese era ancora in uso, in quel periodo, tra le fasce giovanili dei parlanti, così come non sarei in grado di affermare che ogni singola azione compiuta dai protagonisti de I Malavoglia sia verosimile in quel contesto storico. Ma un bolognese cresciuto negli anni Novanta e uno studioso di storia della Sicilia di fine XIX secolo sarebbero forse in grado di giudicare con sicurezza rispettivamente sulla prima e la seconda questione. Per contro, una persona semianalfabeta non sarebbe probabilmente capace di proferir parola nè sulla prima nè sulla seconda.

Questo per dire che un lettore medio è mediamente in grado, secondo il suo livello culturale, di giudicare a proposito della verosimiglianza o meno di quel che sta leggendo, proprio perchè la scelta delle opere da leggere ha anch’essa a che fare con il livello culturale di ciascuno, ed è solitamente “tarata” in base a quest’ultimo.

E qui si arriva, finalmente, a Sveva Casati Modignani. Come nelle arti figurative, il pubblico “non colto” di oggi cerca nei romanzi, in primo luogo, una perfetta mimesis, un’imitazione convincente della dayly life di uomini e donne, ricchi e poveri, mogli e mariti, poliziotti e brokers, medici e archeologi (imitazione convincente, sempre, commisurata a quanto il lettore “non colto” sia in grado di stabilire: Il codice Da Vinci ha venduto milioni di copie, ma sono note a tutti le espressioni terrorizzate degli storici dell’arte di fronte ai volumi di Dan Brown). Tutta una letteratura che occupa un’enorme fetta di mercato è fiorita e continua a prosperare per fornire un’offerta a questa domanda. La lettrice media di Sveva Casati Modignani cerca storielle leggere in cui si possa sprofondare, certo, ma cerca anche l’emozione, il pathos, l’identificazione in una parola, identificazione possibile, in linea teorica, proprio grazie alla verosimiglianza delle vicende narrate.

La lettrice media di Sveva Casati Modignani dovrebbe essere perfettamente capace di giudicare a proposito della verosimiglianza della trama, dei personaggi, dei dialoghi, perchè non le si richiede altro che un confronto diretto tra ciò che è scritto e la propria esperienza personale. Si parla d’amore, di sesso, di divorzi, di tradimenti. Non si parla della situazione della classe operaia nella Francia dell’Ottocento. Tutto quello che si richiede a Sveva Casati Modignani sarebbe di scrivere cosette semplici e verosimili per il divertissement dei più (perchè se manca anche l’identificazione, a Sveva non resta proprio più nulla): non le si richiede certo lo stile, nè lo spessore intellettuale, nè l’originalità.

Ecco il punto. Ecco il nodo della questione. Ecco il mistero, l’inarrivabile, l’incomprensibile. Ecco il punto dove si fermano la mia razionalità e la mia capacità d’analisi, e inizia qualcosa di simile a un dogma, a un miracolo, a una religione. Eccoci arrivati alla sconsolante impossibilità della quadratura del cerchio.

Posto tutto quanto affermato sopra -l’opera narrativa piace e conquista se è in grado di trascinare il lettore medio dentro se stessa in base all’identificazione e all’aderenza alla realtà-, la lettrice media di Sveva Casati Modignani dovrebbe apprezzare i romanzi della Signora se vi trova qualcosa in grado di catturarla, qualcosa che sia in grado di comprendere di riconoscere, e con il quale possa avere una sorta di empatia (una cronaca della vita quotidiana di una tribù di aborigeni, probabilmente, l’annoierebbe); mi domando:

COME CAZZO E’ POSSIBILE CHE UNA TIZIA, ALLE NOVE DEL MATTINO, ALL’INTERNO DI UN BUS, POSSA SEGNALARSI COME TALMENTE ASSORTA IN UNO DEI MERDA ROMANZI ROSA DI SVEVA CASATI MODIGNANI DA NON ACCORGERSI SE LE SCOPPIASSE UNA BOMBA DI FIANCO, NONOSTANTE QUEL CHE STA LEGGENDO CONTENGA FRASI QUALI “HAI IL MIO DISPREZZO SENTIMENTALE”, DETTA DA UN UOMO, MENTRE PROBABILMENTE TUTTI GLI INDIVIDUI DI SESSO MASCHILE CHE LEI ABBIA MAI INCONTRATO NELLA VITA ABBIANO AVUTO COME MASSIMO DELLO SLANCIO ROMANTICO QUELLO DI SFRUCULLIARSI IL PACCO MENTRE SI TRASFERIVANO DAL DIVANO AL CESSO???

Lasciando stare lo stile, questione più sottile, credetemi: dopo aver letto, nei lunghi mesi di lavoro in libreria, pagine e pagine di quella sottospecie di zampa di gallina, posso affermare con cognizione di causa che chiunque, chiunque, dalla terza media in poi, sarebbe in grado di vedere che a Sveva Casati Modignani manca anche l’unica qualità che dovrebbe renderla appetibile a un certo pubblico, e cioè appunto uno straccio di verosimiglianza dei dialoghi, delle vicende, dei personaggi.

E allora com’è possibile che un certo pubblico, e anche consistente, ce l’abbia?

E’ qui che si sconfina nel mistero. E’ qui che la ratio si ferma.

E’ qui che si evita di trarre conclusioni, lasciandole a Voi, Stimatissimi Lettori, per non passare dalla parte del torto, per non apparire come sostenitori di idee pericolose.

Riflettete, e condividete con me il dolore dell’impossibilità di comprendere.

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[Sto sbroccando? Sì, forse sto sbroccando. Se qualcuno è arrivato fino a qui, leggendo tutto tutto tutto, per favore commenti, non lo chiedo mai ma stavolta lo chiedo, commenti per non darmi l’impressione di essere rimasta sola di fronte alla follia.]

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~ di cocochanel su marzo 21, 2008.

Una Risposta to “Postilla su post”

  1. […] e riflettere (d’altro canto, proprio su queste cyber-pagine, una volta ho scritto una cosa lunghissima sulla mimesis a partire da una riflessione su un brano dell’eccellente Sveva Casati […]

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