C’è sempre da imparare…

In qualità di amante di cani,

non finirò mai di stupirmi di quanto possano insegnare. Di quanto si ritrovi, nei loro comportamenti, copia fedele dei nostri.

Un episodio occorso a un’amica in questi ventosi e freddi giorni autunnali (per proteggerne la privacy la chiamerò Sigismonda), mi ha fatto riflettere a proposito di quanto osservato da me stessa medesima durante i teneri giorni dell'”infanzia” dei miei adorati meticci (che chiamerò Gregorio e Fortunato per proteggerne la privacy).

Lo scopo del gioco è provarvi se siete abbastanza bravi di indovinare quanto accaduto alla mia amica Sigismonda soltanto a partire dalla breve narrazione di ciò che facevano i miei frugoletti negli spensierati mesi della loro gioventù (e solo in quelli, perchè poi, almeno i cani, crescono).

Come tutti i cuccioli (tutti i cuccioli, si sa, si assomigliano….), anche i miei cani amavano giocare. Saltavano quà e là sbavando come forsennati, con la lingua di fuori. E meno trovavano di che trastullarsi, più correvano a destra e a sinistra con la lingua sempre più lunga, tanto che anche l’oggetto più impensato, meno attraente, diventava ai loro occhi, col passare del tempo, un possibile strumento di soddisfacimento dei ludici bisogni.

Osservando la scena, penso bene di dare loro quello che vogliono. Il loro sguardo e le loro apparenze sono tali che chiunque crederebbe che ne saranno felici ed entusiasti per tutto il pomeriggio e, forse, per i giorni a venire.

Così, raccolgo da terra un grosso legno. Glielo mostro. Alla vista dell’agognato oggetto, impazziti per l’inaspettata occasione, si fanno ancora più agitati e sbavanti, gli occhi accesi di bramosia e di gratitudine per quel dono insperato: un’ora o due di gioco.

Il buon Dio sa quante feste, quanto affetto, quanta sollecitudine e sveltezza e allegria dimostrarono i cani, durante quei lieti momenti di gioia. E se mi scansavo un attimo, se non dimostravo loro attenzione per qualche momento, subito a chiamarmi, chiamarmi anche tre, quattro volte, in un arco di tempo così breve che anche uno stolto avrebbe pensato che, di qual gioco, non si sarebbero mai annoiati. Avanti e indietro, avanti e indietro, di prendere quel legno non si stancaveno proprio.

Arrivò il tramonto, l’ottimo Amon-Ra si portò via la sua palla di sterco per far posto al grande disco lunare portato in capo dalla bella Iside. E io smisi, soddisfatta e felice, di sollazzare i miei cani, e mi ritirai per la notte.

Il giorno dopo, tornai da loro con lo stesso identico pezzo di legno che tanto li aveva eccitati qualche ora prima. Non erano forse stati loro a non voler mai smettere di giocare, il pomeriggio precedente? A chiamarmi e a chiamarmi mille volte, anche quando non me lo aspettavo, anche quando credevo che si sarebbero stancati di inseguirmi? A dimostrare un affetto così grande che, per quel giocattolo improvvisato, sembrava quasi esagerato?

Ebbene.

Li trovai intenti a frugare da un’altra parte, per terra. Mostrai loro il ciocco, feci per lanciarlo. E quando mi aspettavo, per riposta, la stessa gioiosa attitudine del giorno prima, ottenni, invece, un tiepido interessamento. Gli occhi non brillarono loro che per qualche istante. Stancamente, fecero avanti e indietro con il legno solo due o tre volte, per pochi minuti. Poi distolsero da me la loro attenzione, e la accordarono invece al loro nuovo gioco, una pietra, che avevano scovato da qualche parte raspando.

Fu così che imparai che anche i cani, come i cuccioli d’uomo (qualcuno direbbe: come la razza umana), si interessano a un giocattolo solo quando è nuovo, per poi lasciarlo, subito dopo, in un angolo, non appena se ne sia presentato uno un po’ più fresco. Il quale oggetto non è necessariamente più attraente (una pietra, per sollazzarvisi, è ben più scomoda e dannosa di un legno), ma è, appunto, nuova. Dirò di più: essendo testimone di un comportamento di tal sorta, mi spingerei ad affermare che essi avrebbero dimostrato poco interesse per il mio ciocco anche in assenza di un nuovo giocattolo. Nel cane, e nell’uomo, si sa, conta la caccia, e non il risultato.

Quanto tutto questo c’entri con la storia di Sigismonda, Rispettabili Ospiti, tocca a Voi stabilirlo. Io me ne torno, ora che si fa sera, nel mio feudo.

Piroette e convenevoli,

Coco

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~ di cocochanel su novembre 12, 2007.

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