Bar-dello

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[Visto che siamo in tema di sogni. Questo qui è un sogno che ho fatto qualche mese fa, e l’ho trasformato in un racconto, sempre qualche mese fa. GIURO che ho sognato quel che segue. Questo non vi autorizza a fare chiamate anonime alla Croce Verde fornendo il mio nome e indirizzo. Buona lettura, cari.]

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Finalmente a casa. E’ tre mesi che non torno, e non riesco a trattenere un sorrisetto soddisfatto quando, mani in tasca, nel sole di questo tramonto che è una meraviglia, avvisto il mio bar. Aaah. Il mio bar. Gli altri non lo sanno che sono tornata.

 

Apro la porta. Mentre dico forte “Ciao!”, prima impressione, primo sguardo, mi sembra che qualcosa sia cambiato. C’è Renato, faccio appena in tempo a vederlo di sfuggita perché nel giro di un secondo mi copre gli occhi con una mano. Mi dice “Non guardare, c’è uno mezzo nudo!” trambusto, sorpresa, tolgo la mano di Renato dagli occhi, non capisco, che è successo? Do un’occhiata in giro: primo: il mio bar non è più lui: non c’è più un ambiente unico ma una specie di atrio piccolino con un bancone, due sgabelli alti e una porta sulla sinistra che conduce chissà dove; secondo: ci sono tre ragazze seminude e bellissime, di cui una dietro il banco, sono vestite uguali; terzo: ci sono solo due uomini nell’ambiente, uno è seduto, l’altro è Renato; quarto: mentre strappo via la mano di Renato dal mio volto una delle tre ragazze si sta alzando in fretta, perché prima era accovacciata, mi è parso, con la faccia in grembo all’uomo seduto al banco che mi dà le spalle. Quinto: da fuori non si vede più l’interno del bar: il vetro è stato coperto con della carta adesiva colorata. Sesto: c’è musica ad alto volume, cosa che non si era mai vista prima. Una delle ragazze mi sembra di conoscerla, non faceva le medie con me?

 

“Che cazzo è successo, qui?”, dico. Mi viene da ridere. “Niente, Coco, non lo vedi che è successo? E’ cambiato un po’ questo posto…ora non è più un bar normale…”, mi risponde Renato, sottovoce. Ma lui ha un bicchiere di bianco in mano. Ci penso un attimo. Do un’altra occhiata in giro. “Beh, non si può avere un prosecco lo stesso?”. Mentre la procace barista versa il vino del mio bicchiere, una ragazza inizia a parlarmi (la terza si sta ricomponendo e si pulisce la bocca con il dorso della mano): “Tu lavoravi qui, no?”, “No, veramente no”, le dico, “Io venivo qui quando questo era un bar”, e scoppio a ridere. Ride anche lei. “Uuuuuh, scusami, è che io sono nuova e…e tu sei una ragazza e…e qui ne girano poche di donne e allora ho pensato che se eri qui e conoscevi Renato magari una volta lavoravi qua”.

 

Una volta?, Penso. Ma se sono stata qui tre mesi fa. Vabbè. La cosa mi diverte. Oltretutto, queste puttane qui sembrano simpatiche. Do una bella gomitata nel fianco a Renato, e una pacca sulle spalle, gli dico, Aaah, allora, brutto porco, sei sempre il solito, guarda dove ti trovo!

 

Tornato spirito goliardico da bar. Pacche sulle spalle e battute spinte. Mi vengono in mente i pomeriggi, sulla porta, con gli altri, bicchiere in mano, in questo stesso locale, a dare i voti ai culi di quelle che passavano. Tutto come una volta. Solo che adesso questo posto è un bordello. Pazienza. Per oggi farò l’aperitivo in un bordello. Non sapevo che ci fossero case chiuse clandestine, qui nel paesello natìo. Camuffate da bar, poi. Non l’immaginavo proprio. Uno sta via tre mesi e guarda che cambiamenti.

 

Faccio amicizia anche con la barista. Con noi chiacchiera anche la ragazza che prima si stava pulendo la bocca. Mi pare proprio che sia una che faceva le medie con me, penso. Strano, sono tutte italiane. Non l’avrei detto. Credevo che di questi tempi a essere italiane fossero solo le squillo d’alto bordo, quelle che ricevono nel loro appartamento di duecentoventi metri quadri in pieno centro. Effettivamente, però, queste qui non sono nemmeno in strada. Non mi ero mai chiesta, prima, di che nazionalità potessero essere le puttane dei bordelli clandestini. Non credevo nemmeno che esistessero più, le case chiuse. Non ci sono i “Centri Benessere”, adesso?. Boh. Comunque, a un certo punto quella che faceva le medie con me mi passa un volantino con delle foto e delle scritte. “Ho fatto una mostra fotografica”, dice, “Se vuoi andare a vederla….”.

 

Ah. Pure artista, la tipa. Che storia. Che situazione. Non vedo l’ora di raccontarlo alla mia amica antropologa. Chissà cosa dice.

 

Dopo un po’, e dopo due chiacchiere con Renato, esco dal “mio bar”. Mi fermo un attimo in strada, davanti alla porta, a cercare tabacco e cartine nella borsa. Ma ecco che mi ritrovo dietro un gruppo di carabinieri, a piedi. Si fermano proprio vicino a me. E adesso questi che cazzo vogliono, Penso. Ma stanno solo parlando tra loro. Capisco che stanno tornando a casa, hanno finito il turno, o come diavolo si chiama per gli sbirri. Faccio comunque finta di niente, e ritengo prudente non spostarmi da dove sono e continuare a rollare la mia sigaretta. Istinti di sopravvivenza che riemergono dal passato remoto della mia adolescenza. Non dare nell’occhio. Gli animali che si fingono morti si salvano dai predatori. Istinto di sopravvivenza inutile, dato che ora non ho nulla da nascondere. Niente palline di fumo nei jeans. Però forse. Ripensandoci. Sono davanti alla porta di un bordello clandestino. Anzi, sono appena uscita da un bordello clandestino. Loro non si spostano. Continuano a stare lì a chiacchierare. Mi giro un attimo. Sono tutti giovani. Uno carino, con gli occhi verdi, mi sta guardando. E’ un po’ staccato dal gruppo, più vicino a me. Mi sorride. Lui non è in divisa. Mi dice, “Che ci fai qui?”.

 

Oh merda. Adesso pensa che sono anch’io una puttana. E non sarebbe il primo, oggi. Dovrei farmi delle domande? Sembro una puttana, io? No, dico, sembro una puttana? Sono vestita come un muratore, non si vede? Per poco non uscivo in ciabatte.

 

Va a finire che gli spiego che non torno da tempo, che vivo in un’altra città, e che quello era il mio bar. Lui mi dice che lo sanno benissimo da un bel po’ cosa succede lì dentro, ma nessuno ha interesse a fare nulla. Poi mi guarda, un po’ pensieroso: “E’ strano che tu ti ricordi di quand’era un bar”, dice. Come è strano, Penso, Vabbè che la mia memoria ogni tanto fa cilecca, però… Non gli rispondo, alzo le spalle.

 

Sto parlando con uno sbirro. Sto chiacchierando con uno sbirro. E mi sembra anche carino. Come cambiano le cose. Non sono proprio più quella di una volta. A un certo punto mi dice che anche lui vorrebbe fumare una sigaretta. Gli offro una delle mie, ma deve rollarsela da solo. Rifiuta, mi dice “Vieni, qui vicino c’è la mia moto, ho le sigarette nel portaoggetti. Ce la fumiamo insieme, se ti va”.

 

Ci stacchiamo dal gruppo. Lo seguo. Sto seguendo uno sbirro. Sono in compagnia di uno sbirro. Mi fumerò una sigaretta con uno sbirro. Magari, questo non lo racconto alla mia amica antropologa.

 

Mentre camminiamo, mi fa cenno di precederlo al bar (un altro bar, non il mio neo-bar-dello), che lui va a prendere le sigarette e mi raggiunge. Allora è deciso. Mi berrò anche una birra con un carabiniere. Entro al bar. Mi siedo a un tavolo, nel dehor. Tiro un respiro di sollievo. Questo è rimasto bar, ed è tutto come prima. Non me lo ricordavo così messo male, però. L’arredo sembra consumato dal tempo. Nel giro di poco, i tavolini vicini al mio si riempiono, sono tutti vecchietti, e siccome lo spazio è piccolo ci ritroviamo, come spesso succede nei paesi, in una sorta di cerchio disordinato intorno ai tavoli, dove tutti sono più o meno seduti insieme.

 

Inizio a chiedere, prudentemente, notizie del mio bar. Vorrei capire cosa è successo. “Bar? Mi rispondono. Ma quello non è mai stato un bar, signorina”. “Come non è mai stato un bar, io ci andavo sempre, si chiamava Bar-dello-Sport!”, scandisco bene le sillabe, sono un po’ contrariata, mi prendono in giro? “Lei non può mica ricordarselo, mi scusi se mi permetto, signorina, ma quanti anni ha?” “Ventiquattro”. “E allora, signorina, si sta confondendo. Quel posto è così da almeno quindici o vent’anni!”.

 

Ok. Ora è tutto chiaro. Mi stanno prendendo per il culo. Come li odio i vecchi al bar che fanno gli spiritosi. Faccio buon viso a cattivo gioco. Alzo il bicchiere. “Salute!”, dico.

 

“Brindi senza di me?”, fa una voce, alle mie spalle. L’ho riconosciuta, è quella dello sbirro. Mi giro sorridendo, faccio per rispondergli, ma no, mi sono sbagliata, non è lui. Questo qui avrà almeno una cinquantina d’anni. Quello di prima ne aveva venticinque al massimo. Mi giro di nuovo verso il tavolo, ma il tizio si siede a fianco a me. “Ho preso le sigarette, scusami se ti ho fatto aspettare, ma erano proprio in fondo al portaoggetti della moto e non le trovavo, in mezzo a tutto quel disordine”.

 

Lo fisso, con la bocca spalancata.

 

“Hai perso la parola?”, mi chiede.

 

Lo fisso, con la bocca spalancata.

 

“Allora? Ordiniamo anche due stuzzichini? Io prendo una birra, tu cos’hai preso?”

 

Lo fisso, con la bocca spalancata.

 

Poso il bicchiere. Mi alzo. Me ne vado.

 

Mentre esco, una voce dietro di me grida: “Ehi, signorina, dove va, mi deve i quaranta euro del prosecco!”

 

Ma io non mi giro. Nossignore. No di certo. Sono in strada, mi metto a correre. Torno a quello che una volta era il mio bar, spalanco la porta, dentro la luce è fioca, chissà se c’è ancora Renato, riconosco il suo profilo, senza dire nulla lo prendo per un braccio e lo trascino fuori, “Ehi, ma chi sei, che vuoi da me?”, mi dice Renato, io non rispondo, lo tiro per il braccio ancora qualche metro più in là, sotto la luce di un lampione, perché intanto il sole è tramontato. Il tutto succede in un massimo di quattro secondi.

 

Alla luce del lampione, ci guardiamo in faccia. E mentre la mia si fa da spaventata a stupita e poi inorridita, la sua, all’incontrario, si fa da stupita a spaventata. “Coco!”, mi dice, “Sei tu? Non può essere! Sei tu?”

 

Io rispondo: “Oh cazzo”.

 

E scappo via.

 

Via, via dalla luce del lampione, via da quella strada, mi infilo in un vicolo, voglio solo silenzio e buio, e correre.

 

Renato era Renato. Era ancora lui, ma aveva almeno sessantacinque anni. Capelli bianchi, rughe, occhi acquosi da vecchio.

 

Continuo a correre, mi tocco la faccia. Ma la mia faccia è sempre quella, al tatto almeno, io non sembro invecchiata. Smetto di correre, mi fermo, ansante. Guardo i miei vestiti, le mie scarpe. Non è cambiato niente. Mi tocco il collo, le orecchie, infilo una mano sotto al maglione, voglio sentire le mie tette, se sono ancora quelle di prima. Le tette sono la prova del nove. Sì. Sia lodato Gesù Cristo. Le tette non cadono. Sono ancora le tette di una ventenne. Sorrido. In quest’incubo delirante, io non sono invecchiata. Incubo delirante. Appunto. E’ tutto buio, in questa stradina, ma niente, qui, sembra essere cambiato. Sono le stesse case di sempre. Le stesse di tre mesi fa. Le stesse di dieci anni fa. Quelle tra cui sono cresciuta. Mi tranquillizzo. Cammino, non corro più. Dev’essere stata un’allucinazione. Mi tranquillizzo mica tanto, se quella era un’allucinazione è proprio il caso che vada da un medico. Beh. Meglio il medico che un incubo alla Ritorno al futuro.

 

Sono quasi arrivata a casa mia. Eccomi. Guardo in alto, verso le finestre, è quasi ora di cena. Che strano, però, le luci della cucina non sono accese. Nessuna luce è accesa. I miei saranno ancora in giardino con i cani, Penso. Che strano, però, i cani non li ho sentiti. Non hanno abbaiato al mio ritorno. Faccio per suonare il campanello.

 

Il mio dito resta sospeso in aria.

 

Sul campanello, i nomi dei miei genitori non ci sono più. Una scritta, mezza lavata via dalla pioggia, riporta soltanto il mio nome e cognome.

 

———————————————————-

 

[Che incubo, no? Per me, il peggiore degli incubi: il mio bar è sparito, esco con uno sbirro e mi ritrovo di colpo schizzata avanti nel tempo di vent’anni. A presto, Gentili Utenti.]

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~ di cocochanel su ottobre 2, 2007.

Una Risposta to “Bar-dello”

  1. I don’t wanna grow up…

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