Lisbon story

Scendo dalla macchina, ma non so bene dove sono. O forse scendo da un autobus, e non mi ricordo da dove arrivo. Sono sola, e ho uno zaino, ma non pesa. Tutto intorno c’è un silenzio ovattato, è l’ora del tramonto, ed è domenica, questo lo ricordo bene. Cammino per la strada, è lastricata di un pavè a piccoli quadrati chiari e lucidi, consumati, con gli angoli un po’ smussati. Case basse ricoperte di azulejos colorate stanno ai lati. Ma quelle non sono antiche, sono nuove, si vede, le casette, tutte diverse, una bianca e blu, un’altra arancione chiaro, quella dopo sul verde, non devono essere state costruite molti anni fa. Il sole sbatte e riflette sul pavimento lucido e sulle piastrelle colorate, la luce è quasi parallela all’andamento della strada, tutto è pieno di colori e senza suoni. Non ci sono macchine. Gruppetti di passanti camminano, alcuni parlano arabo, le loro voci si perdono nei raggi del sole come pulviscolo, rimbombano un poco, c’è una sorta di eco, distinguo i suoni prima di vedere le sagome, che all’inizio sono nere, perchè sono controluce. La gente passa e si perde nel tramonto della domenica tranquilla.

 

Mi giro un poco indietro; io sono in basso: in alto, dietro le case, sbucano grandi palazzi alti. Sono in periferia. Poco più avanti la strada si allarga, c’è una costruzione alta e moderna anche lì, proprio lì, di fronte alle casette. Sono in periferia, dove tutto è mescolato. Si vede una collina, una parte è ancora verde.

 

Riconosco Lisbona, e sorrido.

 

So che dovrei raggiungere il centro, ma sono contenta di andare a piedi, non voglio prendere l’autobus, non sono mai stata fuori città, voglio vedere com’è. Nella luce, mentre proseguo, i passanti continuano a passare e a dissolvere le loro figure nei colori e le loro voci nel silenzio.

 

Incontro un piccolo parco, con l’erba rada e qualche panchina. Due mamme con il velo sorvegliano i figli che giocano, un uomo mi passa a fianco correndo e guardandosi indietro, sta scappando, chissà da chi. Un gruppo di ragazzi sul prato, zaini sparsi, parla forte rompendo la calma, sono italiani.

 

Continuo in una grande piazza con condomini enormi e un paio di banche, c’è una fontana al centro, e un’aria così diversa dalla strada lucida e irreale di poco fa, che pure è appena qui dietro. Il sole è tramontato, e ora c’è quella luce grigia o viola o azzurra che non è giorno e nemmeno notte.

 

Ed ecco la notte, quella vera, ecco perchè sono qui, ora ricordo. Sono in un piccolo appartamento al settimo piano, si vede tutta Lisbona da quassù, che sfavilla e trema come una candela sotto ai miei occhi. Qui si sta bene, passa una brezza piacevole dalla finestra, e tutto è chiacchiere sommesse e buona musica, siamo a tavola, che strano essere qui con queste persone, chissà come il Caso ha dato che fossimo in viaggio insieme.

 

Poi tre di loro non ci sono più, però ora c’è M., e siamo nel parcheggio di un grande festival musicale, e cerchiamo dove mettere la macchina. Poi M. è sdraiato per terra, vicino a due di noi, con le braccia sotto alla testa, e guarda il cielo, e arriva una signorina provocante che gli si siede addosso e gli offre un dolcetto. Noi sorridiamo, M. non cambia mai. E’ tutto buio, sopra ci sono tante stelle, ma io ripenso ai miei colori di oggi e a quella strana affascinante, e silenziosa, e sospesa periferia, e vorrei essere ancora là, e non qui.

 

 

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~ di cocochanel su settembre 23, 2007.

2 Risposte to “Lisbon story”

  1. Sarei tanto curioso di scoprire che dolcetto era…o era una metafora..;-)..per la buona musica prova a sentire Roisin Murphy, ex cantante dei Moloko,con “Ruby blu”..ti ricordo da vedere dal vivo Miss Kittin il 26.10..baz..M.

  2. No, no, non era una metafora. Il dolcetto era tipo muffin. Al limite, era un’auto-censura del mio inconscio… eheh…

    Ciao caro!

    Seguirò i consigli.

    Coco

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