Il V-Day, ovvero quel che penso per-davero-ddevero della politica.

Al V-Day di Beppe Grillo (il Vaffanculo-Day, per chi avesse vissuto su Marte negli ultimi giorni) si sono dette le solite, quattro, sensate, cose in croce.

Cioè per esempio che, visto che un comune mortale non può nemmeno partecipare a un concorso pubblico per fare l’impiegato alle Poste se solo l’hanno beccato a diciotto anni a farsi un cannone in un bosco, logica vorrebbe che in Parlamento non potessero entrare condannati in via definitiva per mafia, percosse a sfondo razziale e altre amenità simili.

Per esempio che, visto che quelle simpatiche canaglie usufruiscono da secoli di regole speciali che tutelano le loro amanti e conviventi, logica vorrebbe che la smettessero di sfracellarci i maroni berciando scandalizzati contro i Pacs e inneggiando alla difesa della Santa Tradizionale Famiglia Cristiana Modellata Sul Sacro Esssemplo di Giuseppe, Maria e Gesù.

Per esempio che i telegiornali dovrebbero piantarla di frastornarci quotidianamente con duemilatrecento sterili opinioni di oscuri e sconosciuti deputati a proposito di qualsiasi polemichetta da quattro soldi su questa o quella questione di lana caprina, dando al tutto il nome di “informazione pluralista”.

Cose semplici insomma.

Dirette, lineari, chiare.

Qual è stata la riposta?

La solita, nauseante valanga di pareri discordanti e di critiche e obiezioni mosse alle singole parole e, quasi, alle singole sillabe: ché questa massa di mummie del Pleistocene (che si accalcano e sgomitano e si affannano acciocchè sia nota la loro insignificante e scontata opinione) paiono un consesso di filosofi greci, piuttosto che degli uomini politici.

Così, di nuovo, il senso generale e complessivo di ogni segnale che viene “dal basso”, si perde, sbriciolato e frantumato in mille pretestuose zuffe tra parlamentari.

Dunque questo è il triste panorama, il desolante paesaggio che fa da sfondo alle nostre esistenze.

Questo è un Paese nel quale se una donna ha la sfortuna di avere un marito sterile e la sfiga di non avere i soldi per pagarsi il pacchetto all-inclusive volo in Olanda (o, più o meno, qualsiasi altro Paese europeo) + soggiorno in clinica + intervento di inseminazione, questa donna sarà costretta a scopare col suo vicino di casa, da quando una legge approvata dal Governo Berlusconi, con il placet della Chiesa tutta, le impedisce di ricevere il seme di un altro uomo.

Perchè? Perchè lo Stato deve dirmi che è illegale farmi mettere incinta dal seme di un altro uomo, regolarmente donato in un ospedale da un gentile segaiolo filantropo? Ditemi che questo non è Stato Etico. Dimostratemelo, se ci riuscite. Trovate una sola buona ragione per cui io non possa avere un bambino con il seme di chiccazzo voglio io, ma sia obbligata ad essere ingravidata solo e soltanto dallo sperma di uno che un pezzo di carta dice essere il mio legittimo consorte.

Ma la colpa di tutto questo non è di chi ci governa, o di chi ci ha governati in passato. La colpa non è loro.

Così la pensavo a diciassette anni, più o meno. Credevo che i cattivi stessero tutti da una parte, che non era la nostra, e che noi fossimo le impotenti vittime di tanta manifesta ingiustizia.

Invece no.

In Francia, non appena si è lontanamente profilata all’orizzonte l’ipotesi di varare una legge simile, ma solo vagamente simile, a quella che in Italia è la legge 30 (avrebbe cioè previsto contratti “flessibili” e senza troppi contributi nè ferie pagate, ma SOLO per i giovani fino a ventiquattro anni), i Parigini sono scesi in piazza in trentamila ogni signolo giorno per due settimane, piantando un casino pazzesco, e alla fine di quella legge non se ne è fatto nulla. In Italia, invece, sono legali contratti che non solo non prevedono le ferie, ma nemmeno la malattia, che non permettono di accumulare un soldo per la pensione (per avere la pensione bisogna lavorare almeno VENT’ANNI con il contratto a progetto, e nessuno se lo augura, e in ogni caso è stato calcolato che uno che prende mille euro al mese avrebbe diritto a circa 200 euro di pensione). E questa legge è passata, qualche anno fa, senza che nessuno battesse ciglio.

In Germania, non appena i dirigenti del Partito Socialdemocratico hanno saputo che alcuni esponenti avevano ricevuto finanziamenti illeciti per sostenere la campagna elettorale, hanno subito provveduto a sbatterli fuori a calci nel sedere, con tanto di divieto assoluto, per la vita, di partecipare a qualsiasi altra organizzazione politica.

Solo per dirne due a caso.

La colpa non è loro, è nostra, è tutta nostra.

Di noi che andiamo al V-Day in centomila e non in cinquecentomila, di noi che non ci rechiamo quotidianamente sotto Palazzo Chigi a lanciare uova marce, di noi che non andiamo a votare al referendum sulla fecondazione assistita, che non leggiamo i giornali, che non ci informiamo, che lasciamo che tutto sia deciso sopra alle nostre teste senza fare una piega, come le pecore di un gregge, di noi che, come diceva il buon vecchio Montanelli, se non prendiamo calci nelle gengive, finchè non ci soffochiamo con il nostro stesso sangue sotto un Teutonico Stivale, non facciamo proprio un cazzo.

Noi, noi siamo esattamente come loro.

Siamo tutti mafiosi, e molli, e invertebrati, nel nostro piccolo. Noi non rubiamo come loro soltanto perchè a noi non è data la possibilità di farlo.

Così, là si costruisce una villa abusiva in Sardegna e si sforacchia all’impazzata una scogliera protetta dalle leggi sul paesaggio per creare una comoda entrata al motoscafo, qui si attrezza una cantina ad appartamento per farci quei miseri cinquecento euro al mese.

Là si pagano tangenti miliardarie per l’appalto di un’autostrada, qui si allungano cento euro alla Polizia Stradale perchè finga di non vedere che il proprio camion deve aver fatto l’ultimo tagliando nel ’72.

Là si ruba un milione di euro, qui non si paga il biglietto dell’autobus, si fottono trenta euro al fisco, oppure si trova il modo di ottenere l’assegno di invalidità senza averne diritto.

Siamo della loro stessa pasta. Ecco perchè non ci incazziamo mai. Siamo fatti come loro. Loro sono quello che ci meritiamo.

Finchè ci sarà gente che, al bancone del bar, riesce a dire cose tipo: “Se fossi al loro posto, farei così anch’io”, o: “Quello avrà anche venti processi in corso, ma ciò non toglie che possa governare bene un Paese”;

finchè continueremo a fottere cinquanta miseri centesimi non appena ci sia la possibilità di farlo;

finchè andremo al mare invece di votare ai referendum o diserteremo le manifestazioni per i nostri diritti, le cose non cambieranno mai.

Non è votando una volta ogni cinque anni che ci si pulisce la coscienza.

Fatto.

Ho detto tutto.

Prosit, vado a farmi un bicchiere di bianco.

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~ di cocochanel su settembre 11, 2007.

2 Risposte to “Il V-Day, ovvero quel che penso per-davero-ddevero della politica.”

  1. In questa domenica mattina la lettura del tuo post che sarebbe riduttivo considerare un semplice sfogo mi sono reso conto che in fondo sì, dici cose che vanno prese sul serio, e l’antipatia che provo a pelle per Beppe Grillo è piccola cosa in confronto alle questioni in gioco. Ora proverò ad attivare un numero minimo di connessioni sinaptiche per formulare un pensiero. Il “siamo tutti uguali” è qualcosa che condivido, quello che non condivido è considerare l’indignazione che a volte viene un pò vissuta come l’unico strumento per contrastare lo schifo quotidiano, quello che si vede al bancone del bar e al TG. Ok, le sinapsi ora sono sconnesse, spero di vederti presto e proseguire questo discorso live ‘n’ direct

  2. ho riletto il mio commento e ohhh, sarebbe bello se fosse scritto in italiano! 😉 chiedo clemenza ai lettori e all’amministratrice di questo blog

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