Tornando dal bar

 

Cammino, cammino senza risparmiarmi.

Cammino veloce, da un lato all’atro della città, più in fretta che posso. Adesso è notte, e ci sono quaranta gradi, io cammino più veloce che posso, i muscoli tirano, i miei passi sono lunghi, lunghi, a volte mi manca il fiato, ma continuo con lo stesso ritmo. Mi sembra di non toccare nemmeno terra, a tratti. La mia fronte e la schiena si bagnano, e anche il collo, e vado avanti. E la città con le sue luci mi scorre a fianco, le insegne i fari le persone. Camminerei all’infinito, se potessi. Continuerei a consumarmi senza riguardo, come una candela. Ogni muscolo è in tensione, dagli addominali alti in giù. Continuerei fino a svenire, alcuni giorni. Non disponendo di un sacco su cui tirare pugni, io cammino.

 

Non voglio nessuno, intorno. Invento scuse, al bar, per andare via prima. Per camminare, in queste sere afose. Corro via.

 

Non si sa che strana amarezza mi prende, a volte. Che mi sembra di scacciare camminando più in fretta che posso.

 

Questa sera in cuffia, Signori, Volver di Estrella Morente.

 

Bah. Non so nemmeno come descriverlo. Come descriverlo? Qui sta la differenza tra me e uno scrittore vero. E’ come se avessi grandi mani fortissime, mani di gigante. Mani che possono fare qualunque cosa. Stracciare il metallo come carta. Però con le tue mani di gigante non sai più dare le carezze. Non c’è cosa che vorresti di più al mondo, in alcuni momenti, che tornare alle tue piccole manine di una volta. Ma non si può. E d’altro canto le mani pesanti fanno troppo comodo nella maggioranza dei casi.

 

Ma c’è qualcosa, ogni tanto, come la voce di Estrella Morente, che è come se ti spalancasse una porta su un mondo possibile. Che potrebbe essere. Se le cose fossero andate in maniera diversa.

 

Avete mai desiderato di tornare a credere a Babbo Natale?

 

Ecco. A volte vorrei essere fragile come un vetro di Murano. Fragile ma protetta. Vorrei trovare un porto, per attraccare, per abbassare la guardia.

 

Mi piacerebbe abbassare la guardia, mi piacerebbe tornare al mondo in cui credevo a un sacco di cose, così come a volte si desidera di tornare a credere in Babbo Natale.

 

Mi piacerebbe abbassare la guardia, ma ormai nessuno, nemmeno io, ha più il potere di comandare ai miei pugni di allontanarsi, e smettere di coprire la mia faccia.

 

Si dice che quando si cresce ci si cementifica, in qualche modo. Cazzo, come è vero, ragazzi. Io mi sono cementificata nella posizione di guardia. Spalle chiuse, un po’ di profilo, sulle punte, pugni davanti al volto. Ginocchia pronte allo scatto.

 

A volte vorresti disperatamente smetterla. Ti piacerebbe credere all’ultima cazzata che lo straniero di turno ti sta raccontando. Magari, per un’ora o due, ci credi pure. Ma poi una specie di sistema immunitario dell’anima ti stronca alla base qualunque velleità di diventare cerbiatto spaurito.

 

E poi, come se fosse necessario, arrivano puntualmente conferme del fatto che hai fatto bene a non abbassare la guardia. Conferme a strafottere. Un sacco di conferme. E’ per quello che ti cementifichi. Alla centesima volta, sai già come andrà a finire la storia.

 

Invidio i mafiosi che mangiano l’ostia senza il minimo senso di colpa tutte le domeniche.

 

Invidio anche solo chi crede nell’esistenza di Dio, e ne è mediamente sempre sicuro.

 

Invidio i marxisti-leninisti, che pensano che insegnare il Verbo di Marx ai fratelli Palestinesi risolverebbe i problemi in Medio Oriente.

 

Invidio chi fa un figlio e crede che sia la soluzione.

 

Chi è contento di andare a fare un giro al centro commerciale il sabato pomeriggio, e la sua vita è tutta lì.

 

Chi è groopie di una band.

 

Chi vota convinto che le cose miglioreranno.

 

Invidio chi crede nell’amore, chi pensa che non sia solo un mix di ormoni e scariche elettriche tra i neuroni del cervello. Chi pensa di poter cambiare una persona.

 

Chi se la prende nel culo, ma almeno per un attimo ha pensato che potesse essere vero.

 

Chi vede o bianco o nero, mentre io è da un pezzo che vedo solo una pallosissima scala di milioni di milioni di grigi.

 

A me cosa rimane?

 

Mettetevi nei miei panni.

 

Forse mi rimane la musica, e l’odore dell’aria in certi momenti, forse il bosco di notte, e il bar. Mi rimane l’ultima canna prima di andare a dormire e, magari, i sorrisi di qualche amico. Mi rimane fare l’amore come se fosse la prima e l’ultima volta.

 

Non male, a ventiquattro anni. Certo, ragazzi, questa è la vita.

 

E, certo, ringrazio ogni giorno il Cielo –più precisamente, il Caso- di essere nata qui, dove posso studiare, bere acqua pulita, e non morire di fame o di malaria. Non è che non sia serena, anzi. Mediamente sono serena, appunto perchè tenere la posizione della guardia è diventato così tanto un’abitudine, che non ci fai più caso. Sì, diciamo che mediamente sono serena. Felice, a volte.

 

Però. Mentre cammini così veloce, di notte, e ti senti un leone, quando inizia Volver, lì rischi, rischi grosso, rischi che crolli tutto, e hai un fottutissimo bisogno di una cosa che sai che non esiste, come non esiste, che so, il teletrasporto.

 

Volver che inizia all’improvviso, ragazzi, rischia di farti un bel graffio da qualche parte.

 

Ma non c’è problema. No problem, fratello. A casa c’è una cannetta, e musica più allegra, che mi aspettano. E domani c’è di nuovo il sole, che mi arrostisce e mi fa stare così bene.

 

E possiamo ricominciare a parlare di figa e di calciomercato, se volete.

 

 

 

 

 

 

 

Annunci

~ di cocochanel su luglio 18, 2007.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: