Bar Maurizio

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[Avvertenza: il qui presente racconto è stato leggermente modificato rispetto alla versione che alcuni di Voi hanno già avuto la sventura di leggere. Se vi va, rileggetelo, sennò usate questo tempo per fare un giro su Pornotube. Cordiali saluti, Coco] 

C’era un baretto, un baretto in centro, dove lui andava sempre. Da trent’anni. Fuori, quel giorno, c’era un cielo bianco, lattiginoso, ma non faceva granché freddo per essere dicembre.                                                                        

Bisognava stare attenti, d’inverno, sotto i portici. Un poco di umidità, o due gocce di pioggia, bastavano a rendere la pavimentazione, così liscia, scivolosissima. Potevi romperti il collo. D’inverno sotto i portici c’era sempre poca luce. La gente era abituata a quest’ombra crepuscolare che avvolgeva tutto anche a mezzogiorno, non ci faceva più caso, perché quando si camminava a piedi, a Bologna, generalmente si era sempre sotto un portico. Così, quando si attraversava una piazza, si era come istintivamente portati a guardarsi intorno, anche la millesima volta che si passava di lì: la luce improvvisa ti faceva voltare la testa, e spesso ti spingeva a guardare il cielo.   Poco prima di arrivare al piccolo bar, si attraversava, appunto, una piazza. Ci si infilava nel buio del portico. Poi, dopo pochi metri, si scorgeva l’insegna verde: Bar Maurizio. Entrare lì dentro dava la sensazione di una cucina con la stufa a legna accesa quando fuori nevica. Ondata di calore, buona musica, chiacchiericcio allegro, il saluto ad alta voce del barista. Profumo di cibo: Maurizio cucinava la pasta, un solo tipo di condimento, ma era sempre ottimo e cambiava ogni giorno. All’ora di pranzo c’era sempre un discreto movimento.

Quel giorno, dietro il banco stavano i ragazzi. Maurizio se n’era appena andato. Non c’era nemmeno il solito jazz. Quando il gatto non c’è, i topi ballano, pensava Gabriele, e gli veniva un po’ da ridere. Iniziò un pezzo dei Clash, poi uno dei Cure. Se dovessi rinascere, diceva sempre Mauri, Verrei a fare lo studente a Bologna, e poi andrei a lavorare…da me! Guardali! Spillano un paio di birre, vanno fuori a fumarsi una sigarettina, due chiacchiere…eeeeeeeh! Che pacchia, no?, E poi scoppiava a ridere.  Gabriele fissava lo sguardo su sua moglie. Capelli corti, piccoli occhiali rotondi, magra, asciutta nel corpo e forse anche nell’animo. Razionale, di poche parole. Sfogliava il giornale, e non diceva una parola da almeno mezz’ora. Portava un paio di stivali neri, senza tacco; lui non poteva vederli, quegli stivali. Trovava che avessero una brutta foggia, e che il modello fosse anche un po’ fuori luogo, per una donna della sua età.  

Allora, cosa ne pensi di questa riforma dell’Università?, le domandò. Lei non si mosse. Non staccò nemmeno gli occhi dal quotidiano. Lui continuava a guardarla. Sembrava perfino un po’ imbarazzato, e forse lo era davvero. Giocherellava col suo bicchiere e si guardava in giro di sottecchi, come per controllare se ci fosse qualcuno che stava osservando la scena. Accennò un mezzo sorriso.  Per ora sono solo chiacchiere. Non hanno ancora presentato il disegno di legge, Disse lei a un certo punto. Parlava lentamente, scandiva bene le sillabe. A volte quel che diceva aveva tutta l’aria di una sentenza senza possibilità di appello.

Le idee sembrano buone, però, no? Era inclinato in avanti, proteso verso di lei, con i gomiti sul tavolino. Sua moglie si limitò a girare pagina. Aveva la schiena appoggiata alla sedia, le gambe accavallate, un po’ di sbieco.  Gabriele guardò la ragazza e il ragazzo dietro il banco, poi di nuovo fuori.   Avevano ottenuto tutto quel che avevano sempre desiderato, fin dai vent’anni; insegnavano all’università…era stata dura, ma alla fine ce l’avevano fatta. Non avevano avuto figli, ma a dire la verità non ci avevano mai provato davvero, ad averne. Abitavano in una bella casa, in centro, una zona tranquilla. A lavorare ci andavano a piedi.  

Eppure, ogni tanto… 

No…? Non ti pare che ci sia del buono, in quel che…, Fece Gabriele. Non finì la frase. Quel giornale, aperto, tra le mani di sua moglie, gli parve un muro insormontabile. Lei sembrò non accorgersi che lui le stava parlando. Gabriele tirò un leggero sospiro e si appoggiò anche lui allo schienale della sedia. Fissava la faccia di Giorgio Napolitano, fotografato in prima pagina.  Guardò di lato. Una ragazza stava mangiando un panino con la mano sinistra e con la destra scriveva qualcosa su un quaderno a quadretti.   Eppure, ogni tanto… 

La ragazza portava i capelli sciolti, erano lunghi e bruni. Finito il panino, si appoggiò con la guancia alla mano chiusa a pugno, e continuava a scrivere.  Gabriele spostò di nuovo lo sguardo su sua moglie. Gli parve di vederla, com’era, trent’anni prima. Anche lei portava i capelli lunghi, ma i suoi erano rossicci e liscissimi, tanto sottili che quando, ogni tanto, lui cercava di sistemarle un fiorellino appena colto sulla testa, quello scivolava subito, e cadeva per terra.  Era stata proprio dura, all’inizio. Erano stati pieni di domande, e di angosce, e di paure, e senza soldi, a vent’anni. La vita sembrava loro una cosa enorme. Forse è così per tutti, da giovani, ma loro credevano di essere un po’ speciali. Avevano un sogno in comune,e parlavano tanto, di tutto, del futuro, delle loro speranze, di storia, di politica, di libri. Volevano diventare professori universitari per “cambiare il sistema dall’interno”. Non mancavano a una manifestazione.  

Eppure, ogni tanto… 

Con occhi vuoti, Gabriele guardò la moglie, poi la ragazza, poi ancora la moglie. Vuoi il caffè?, Chiese, Sì, rispose lei, continuando a leggere. 

A volte, Gabriele si sentiva dentro come un’esplosione di colori, così, all’improvviso. Si emozionava per qualcosa, magari: un particolare nuovo mai notato prima sulla strada di casa, la stessa da tanto tempo…un affresco intravisto da una finestra…la “pioggia” delle foglie di certi alberi dalle parti del Tribunale, che in autunno si facevano di un giallo intenso e al minimo soffio di vento cadevano tutte insieme, e sembrava una magia. Schiudeva le labbra per raccontarlo a lei, ma a quel punto, quasi sempre, tutto svaniva di colpo. Si sentiva anche un po’ stupido. Allora richiudeva la bocca, abbassava un attimo lo sguardo, poi accennava un sorriso.  

Lei bevve il caffè in un sorso, subito ripiegò il giornale, ordinatamente, lo infilò nella borsa, si alzò e si diresse verso la cassa.  

Eppure, ogni tanto…

Eppure ogni tanto Gabriele si chiedeva che piega avrebbe potuto prendere la sua vita se non avesse incontrato lei. Dove sarebbe stato, in quel momento? Con chi? A fare cosa? Quei viaggi in una esistenza ipotetica avevano un sapore quasi esotico. Ogni tanto, strani pensieri gli attraversavano la testa, come un lampo. Cosa sarebbe successo se lui, proprio in quel momento, proprio in quel frangente, mentre sua moglie pagava il caffè, avesse spalancato la porta e fosse scappato via di corsa? Senza dire nulla, correre velocissimo fuori dal bar, sotto il portico, e poi sulla piazza, e poi saltare su un autobus, su un taxi, fino all’aeroporto, magari, volare via. Sicuramente lei sarebbe rimasta a bocca aperta. E anche tutti gli altri, lì nel bar. Si figurava la scena: un uomo che apre la porta e corre fuori, così, all’improvviso.  

Gabriele raccolse lentamente le tazzine, le poggiò sul bancone, ringraziò, salutò e raggiunse la donna fuori dal bar.  Guardò ancora il cielo dietro l’arcata del portico, un attimo soltanto. Poi riabbassò il capo e si avviò, con lei, verso casa.

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~ di cocochanel su marzo 19, 2007.

5 Risposte to “Bar Maurizio”

  1. cazzo, possibile che non c’è manco un commentino al raccontuzzo della beghis?
    per me è fico, brava…anche se già l’avevo letto…

  2. Il racconto è piacevole, forse qualche limatura sintattica lo renderebbe più scorrevole.
    Tutto la novella sembra ammantata da un velo di bruma autunnale che crea un clima freddo e triste, purtroppo inevitabile quanto le foglie che cadono.
    Un uomo ed una donna una volta passionali inariditi dal tempo e dalla routine che non riescono più a godere dei piccoli piaceri della vita, niente più tensione escatologica, semplicemente invecchiati dentro.
    L’ uomo però esattamente come la bella metafora di Bologna suggerisce pur vivendo sotto i portici si alza ancora a guardare il cielo e il mondo quando un raggio di luce riesce a squarciare la coltre di spesse nubi che sente sopra la sua testa.

    Brava Coco!

  3. io veramente ero rimasta molto sotto a ‘m* aprés la classe’. cioè: quel genere li mi piaceva proprio, ma forse l’ho letto tempo fa, e nel frattempo mi sono cambiati i parametri. sai coco, non credo di aver mai scritto cose da pubblicare in un secondo momento. questa per me è una concezione nuova. che non sarei comunque in grado di portare avanti. come a dire: pubblico direttamente “la brutta”. ci vuole volontà. [e qui si apre una grossa e lunga parentesi che, però, mi tengo per me. anche se tu già ne sai…]. un abbraccio.

  4. Non è che scrivo cose da pubblicare in un secondo momento, R*.

    I racconti non li scrivo in vista della pubblicazione sul blog, esistevano già prima e mi piaceva l’idea di condividere questa cosa con altre persone.

    Tranne i racconti, scrivo anch’io direttamente su wordpress.

    Mi piace l’idea di mescolare cose, se così vogliamo chiamarle, “letterarie”, e cose che non lo sono.

    Forse è un po’ una forzatura del concetto di “blog”, hai ragione, ma sai che a noi alternativi ribelli capelloni scapestrati ci piace trasgredire…..eheheheheh!

    Un bacio e un abbraccio enormi!

    Te vogghio bbène, R*!!!

  5. lo capii. solo non mi è mai capitato di prendere cose scritte in un momento per pubblicarle in un secondo. lo ben so che non scrivi con il progetto di una successiva pubblicazione qui o la. mi riferivo solo a una specie di casualità compositiva. chè l’ossessione compulsa effeddivamende ha i suoi limiti, me ne rendo conto. minchia: ho una stanza tutta mia! aiuto m*: un ossario è mmmolto più grande! [però tiene la finestra. che qui è una specie di lusso…]. abbracci sparsi.

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