Sibillocumanismi

•Ottobre 9, 2008 • Nessun Commento

Allora è proprio vero.

E’ vero!

Salvo smentite della notizia, questo blog è PROFETICO!

Ovvero: sparando cazzate, prima o poi ci si azzecca: avevo auspicato, espresso come desiderio, la candidatura di Bifo alle comunali preceduta da un’improvvisa crisi mistica di Cofferati. E i due fatti, perbacco, si sono verificati! Aveva già iniziato la campagna elettorale. Sarà stato il “Tour dei quartieri” a fargli cambiare idea? Saranno stati i fischi e le uova? Chissà. Fatto sta che, sparando cazzate, a volte ci si azzecca.

O, forse, questo è un luogo magico dello spaziotempo che trasforma in realtà i desideri ivi scritti? Già che ci siamo, ne ri-approfitto. Se volete, potete provare anche Voi.

Io a ’sto giro alzo il tiro, però.

COSE CHE MI AUGURO:

- Berlusconi fugge con Brunetta su un’isola deserta e si amano tutta la vita.

- Ratzinga-zeta smette di occuparsi dei nostri genitali e ricomincia a occuparsi di cose attinenti alla moralità e alla religione degli adepti della sua grande Setta.

- I miei amici trovano tutti un lavoro della madonna e, ognuno secondo i propri gusti, gnocca e braga a non finire.

- Io mi imbatto in un giovanotto tedesco alto due metri con sorriso perfetto, zigomo alto, occhio di ghiaccio, due spalle così, laureato magari in discipline umanistiche ma con senso pratico e forma mentis scientifica all’occorrenza, di pensiero socialista-riformista-illuminato con moderate aperture alla logica del libero mercato ma senza dimenticare mai l’assoluta necessità e la centrale importanza di un solido welfare, e che possibilmente sappia cavarsela decentemente a fare una lavatrice, a usare un black&decker e a orientarsi autonomamente nel meravigliso mondo del sesso, tutte e tre le cose senza bisogno di aiutini e suggerimenti.

————

Oh, io ci ho provato.

Volevo salutare gli Dèi e chieder Loro di non pensare che sto peccando di ubris, sto solo facendo un esperimento.

Saluto anche mia mamma e tutti quelli che mi conoscono (compresi Voi, Onorevoli Lettori).

Parole sante.

•Ottobre 6, 2008 • Nessun Commento

Vediamo adesso nel crollo delle grandi banche che i soldi scompaiono, sono niente, e tutte queste cose che sembrano vere in realtà sono di secondo ordine. Lo ricordi chi costruisce solo sulle cose sono visibili, come il successo, la carriera, i soldi.

Che, detta così, penseresti che tali sacrosante profondissime e meditate verità siano uscite dalla bocca di qualche stravagante fricchettone californiano nostalgico di Woodstock.

Di certo non verrebbe proprio mai in mente che chi dice una cosa simile possiede, solo a Roma, il VENTI PER CENTO del patrimonio immobiliare.

Assolutamente, poi, non ci sfiorerebbe nemmeno da lontano il pensiero che tali considerazioni siano state maturate da chi non ci paga neanche l’ICI, sul quel patrimonio immobiliare.

Negheremmo inoltre con ferma convinzione, per semplice lineare logica (sarebbe un’assurdità!), che la personalità che ha proferito tali parole non paghi l’ICI perfino sulle attività commerciali.

Invece, sospresa, scopriamo che l’autore di queste importanti riflessioni è il capo dell’organizzazione religiosa più in voga qui in Occidente.

Invece, dopo quasi ottocento anni siamo ancora qui a discutere delle stesse cose per cui s’incazzava San Francesco.

Candidature

•Settembre 27, 2008 • Nessun Commento

Non posso crederci!

L’ha fatto davvero!

BIFO SI CANDIDA ALLE COMUNALI!

Io lo voto.

[e questo blog si segnala, alla luce dei recenti fatti, come potenzialmente profetico: si veda il post "Succo di pompelmo ecc."]

Apologia del vecchio, stantìo, demodè ma non abbastanza da essere vintage.

•Settembre 18, 2008 • Nessun Commento

Cazzo, i giamaicani sono sempre i soliti. Il reggae è sempre il solito.

Il che, a un lettore non attento e avezzo a una retorica di qualità mediocre (intendesi qui retorica come da vocabolario, e non come da ri-semantizzazione post-iccia post-moderna con valore negativo), potrebbe sembrare un commento negativo. Invece no: anche il “rock” è sempre il solito. I temi, le basi, le parole, la voce. Ho perfino sentito qualcuno sostenere che esistono “classici giri di chitarra indie-rock”: chissà se è vero. Sicuramente, noi poco sofisticate ragazze di campagna trasferiteci in ambienti poco attenti alla Contemporaneità quali Bologna non abbiamo gli strumenti socio-antropologici per verificare la veridicità di una simile affermazione (e nemmeno gli strumenti socio-economici per mantenerci il ciuffo sulla fronte alla giusta lunghezza).

Ma come uno riconosce un pezzo “rock” da una samba brasiliana grazie a una serie di parametri uditivi (la musica) e semantici (il testo), così il reggae si distingue da qualunque altro genere. E non perchè sia tutto uguale. Questo lo dice chi vuole fare il figo con le sbarbine senza mai essersi preso la pena di ascoltare.

Comunque, fatto sta che un dj coi controcazzi (e purtroppo, lo riconosco, ce n’è pochi, pochisssimi, circa lo 0,5% credo) vi può far ascoltare in una sola sera una marea di roba che voi fatichereste a ricondurre a uno stesso genere. Si va dal confine con lo swing e quasi il fox-trott alla quasi-fusione con l’elettronica e la jungle, passando per i classiconi del “tempo in levare” (cosa che il reaggae ha in comune con il solo jazz, e che non troverete in nessuno dei vostri gruppi “emo” di minchia) e dal reggae contemporaneo giamaicano, che è quanto di più diverso si possa immaginare da quello che il fricchettone medio bolognese si aspetterebbe di ascoltare a Kingstone. E poi ci sono gli americani, adesso, che sono davvero bravini.

E il reggae riesce a essere romantico e toccante in una maniera che spiazza. Io non posso dirmi esattamente romantica, ma quando Junior Kelly dice “If love’s so nice, tell me tell my why i’m sad, if love’s so nice tell me tell me why it hurts so bad”, con quella pronuncia del cazzo, beh, non posso che dire: “Ehy, brotha, è vero, porca vacca” (e sfido chiunque a contraddire tale semplice affermazione): è disarmante, da quanto fila, da quanto è semplice.

Io non sono religiosa, ma quando il vecchio Bobo dice “I know Jah’d never let us down”, sento il fascino del Richiamo, e tutto sommato mi sembra che i miei non sono problemi veri -e questo non me lo fa pensare nessun altro genere musicale. Nessun altro genere è terapeutico e così potentemente serotoninico. Sarà il tempo, sarà la batteria, sarà la voce, ma quella manica di niggaz rastafariani del cazzo sessisti e mammoni, che crescono praticamente tutti senza padre e non fanno altro che elogiare le Virtù Sante di Mammà, salvo poi avere centododici figli da sessanta donne diverse dalla moglie (la stessa figura, più o meno, del “malandro” brasiliano: si leggano libri e statistiche in proposito per verificare i dati appena forniti), quella manica di niggaz del cazzo dicevo, mi convincono.

Mi fanno fare le curve in macchina cantando a squarciagola, ancora alla mia età (uno dei pochi segnali di vita in un’esistenza che è sempre stata assimilabile a quella di un settantenne medio, da quando avevo quindici anni; o almeno così mi si è sempre detto).

E il reggae, poi, è una di quelle cose che dico veramente “mie”, dalla notte dei tempi. E’ un respiro a pieni polmoni, è un sospiro di sollievo, solleva lo spirito, spiritualizza il quotidiano.

Ognuno ha le sue, di cose, quelle sacrosante, quelle che non appartengono a nessun altro: la partita del Bologna, le borsette di Furla, il Bloody Mary in quel posto là vicino alla piazza.

Io, tra le poche altre, ho il reggae. Quello a cui ritorno, quando non stanno intorno persone che non lo sopportino. Quando esco di casa alle nove e c’è il sole e c’è quel minchia di Pato Banton in cuffia, ve lo racconto io come inizio la giornata.

Ve lo racconto io, a voi che vi deprimete con struggenti-occidentali-schitarrate-strascinate-melodicomelensealternative.

Non è [più] di moda, ma non me ne frega una cippa di niente (e spendo meno di parrucchiere).

[Salvo poi, se mi gira, uscire di casa coi Cure a palla].

——————

Dedicato a quel minchia di Fausto.

——————

Bonnenuit, Gentili Utenti.

Succo di pompelmo e altre cose che voglio e non voglio fare (ovvero: i buoni propositi per il “rientro”).

•Settembre 16, 2008 • 2 Commenti

Forse stavolta è vero:

riesco a disfare la valigia e a non dover servirmene per un po’. E così, con l’occasione, approfitto anche per fare quei lavori che odio all’inverosimile ma sono obbligatori, tipo: il cambio di stagione dell’armadio, e quella maledetta pulizia dell’armadietto che attende da mesi, perchè sarebbe davvero ora di buttare le cose scadute.

Però: mettere la valigia vuota in cima all’armadio ha un fascino tutto particolare. Almeno per un mese starò a Bologna, vivaddio. Niente viaggi a Trento per la tesi, nè incursioni nelle terre sabaude, nè Albanie o Spagne per festival musicali o convegni. Ho, stasera, il piacere di aprire il frigo e osservarne il contenuto: da prima di Pasqua, mediamente, alla luce livida della lampadina tremolavano solo i contorni di un mezzo limone o di una carota avvizzita, sperduti nel desolante Nulla dei ripiani.

E stasera ritrovo anche qualla sensazione morbida di riavere le mie cose: i programmi alla radio, il mio computer, la mia amata musica (con la sorpresa d’aver qualche album nuovo che si rivela davvero piacevole); fumatina serale solitaria per festeggiare. Aaah. Sto proprio bene. Rieccomi. Il fatto d’aver la sensazione di essermi ri-appropriata della “mia solita” vita, tra l’altro, spinge a ovvie riflessioni riguardo i buoni propositi per l’anno nuovo (accademico…lavorativo…e/o entrambi).

E come nei peggiori film Muccino-Stylah, Stimatissimi Lettori, adesso ve li elenco.

COSE CHE VOGLIO FARE:

- Cercare di non arrivare più agli esami leggendo (per la prima volta) l’ultima pagina del programma mentre sto già varcando la soglia dello studio del professore;

- Cercare di non arrivare più in ritardo al lavoro (qualunque esso sia, e indipendentemente dalla portata del ritardo, siano essi due minuti o venti), anche se devo dire che da questo punto di vista sto migliorando, e comunque nessuno mi ha mai rotto le palle. Beninteso, a patto di trovarlo, un lavoro.

- Bere più succo di pompelmo. Non so perchè non l’abbia mai bevuto prima. In realtà è buono.

COSE CHE SPERO MI CAPITINO:

- Cade dal cielo, proprio qui tra le mie braccia, un Asus eepc con sistema operativo ubuntu e hard disk da 20 GB (cioè il modello nuovo).

- Cofferati ha un’improvvisa crisi mistica, si ritira a vita privata in un convento in Umbria, e al suo posto si candida Bifo.

- Il mio macellaio rimette la fiorentina a 12,90 € al chilo.

- Mi laureo.

- Vado in Argentina, o in Giappone, o in Vietnam, o in Messico, o in California (pare che qualcuno, peraltro, mi abbia invitata a un tour Dal Brasile Al Guatemala…). Ma anche a Cervia, in fondo.

COSE CHE SPERO NON MI CAPITINO:

- Le cose brutte.

- Chiude il mio bar.

- I ragazzi che baciano tipo lavatrice; i ragazzi che baciano credendo che lo scopo del gioco sia raggiungere le tue tonsille; i ragazzi che quando stanno per baciarti partono già con la bocca spalancata, da lontano; i ragazzi che non si lavano i denti al momento opportuno; e soprattutto, i ragazzi che non si lavano i denti al momento opportuno, più tutto ciò di cui sopra.

- Non mi laureo.

- La stronza qui sopra ricomincia a sparare a palla ogni domenica mattina Laura Pausini, Biagio Antonacci, Max Pezzali, Gigi D’Alessio, Marco Masini, Ligabue [e non è uno scherzo, e nemmeno un'iperbole letteraria: ascolta veramente tutti gli artisti sopraindicati, a volte ripetendo la stessa canzone più e più volte, in un perverso loop che contagia tutto il condominio].

———————

Nel frattempo, comunque, sono stata a Toledo per un convegno di Archeologia, con lo scopo di istruirmi e imparare cose nuove e abbeverarmi al Kantharos della Scienza.

A parte il lato culturale (interessante; c’erano un sacco di professori famosi. Una tra le migliori e più appassionanti, la francese Chevalier), gli organizzatori non ci hanno offerto nemmeno un caffè, nonostante avessimo pagato tasse di iscrizione tra i 50 e i 150 €…

Incontri notevoli: il ricercatore J* (si segnala per il suo cervello). Il ragazzo della reception (non si segnala per il suo cervello). Quando si hanno i denti non si ha il pane, quando si ha il pane non si hanno i denti, come si dice.

Presto le -solite….!- foto, Gentilissimi Lettori.

StateVe bbène

Coco

Ritorni (forse)

•Agosto 29, 2008 • Nessun Commento

Mattina tranquilla finalmente a casa mia (ma per poco), risveglio tardivo e abituale disordine. Ciondolare tra il tavolo e il computer, bere un caffè ascoltando il GR e sfogliando la posta. Morbide abitudini ritrovate danno il benvenuto al mio rientro a Bologna. Casa mia, e quel piacevole e fastidioso non riuscire a schiodarsi di qui fino a dopo pranzo, chè di cose ne avrei da fare, là fuori, ma non vuoi mica uscire prima che la lavatrice abbia finito.

La città è ancora vuota ma il bar è già pieno; silenziosamente, migliaia di stanze si stanno di nuovo popolando; le valigie vuote vengono rimesse in cima agli armadi e si esce a fare un giretto per vedere che aria tira: ci ritroviamo tutti là, alla solita ora: i veterani dell’agosto, visibilmente bianchi, osservano i tavoli rimasti deserti per settimane occuparsi a poco a poco: raccontano di quando non c’era nessuno e faceva tutto quel caldo e ascoltano i racconti dei viaggi degli altri. Chi non è stato in città ritrova lo stesso vociare di sempre, chi è rimasto vede sparire il silenzio estivo all’improvviso, tutto in una sera.

In Albania, per dodici giorni non ho saputo nulla del mondo: i giornali stranieri sono pressochè introvabili, e mi perdo il gossip politico delle vacanze e la cronaca estera. Una foto di Barak Obama in copertina sull’Interanzionele, ad Ancona, conferma ancora prima che paghi chi ha vinto le primarie: i pessimisti pensano: piuttosto che una femmina, un negro (altrimenti, avrebbero potuto pensare: piuttosto che un negro, una femmina). La prima pagina di Repubblica, poco dopo, mi sprofonda nel consueto abisso di follia: i fatti in prima pagina, per i contenuti e per la scelta, hanno un sapore beckettiano: una donna è stata sbattuta fuori da un museo per esserci entrata indossando il velo, Fini si è regalato alcune abluzioni in un mare probito, e sono stati uccisi otto cristiani in India, e il Papa grida allo scandalo, dimentico dei duemila musulmani uccisi per le stesse ragioni e nello stesso Paese nel 2002.

Ecco l’autunno che arriva, e se ne sente già l’odore, ecco il ritorno alla realtà.

Ma io mi godo questa mattina placida, e non voglio ancora preoccuparmi delle cose che ho da fare e che non sto facendo: on air, Pablo Honey dei Radiohead, avevo sete di musica buona e di pezzi evergreen intramontabili, dopo la vacanza a base di musica tradizionale balcanica sparata in continuazione dalle casse dei bar sulle spiagge. Il piacere di accarezzarsi le orecchie e accorgersi che non ti ricordi più chi o cosa ti ricorda una canzone, che è tornata di nuovo tua e basta, svincolata dai fatti e dalle esperienze: le note si sono rimescolate all’accaduto e se ne sono di nuovo separate, come l’olio dall’acqua: quel che è buono torna a galla, il resto rimane confuso e indistinto perchè in fondo non aveva molta importanza, e non ha più importanza distinguere, nel ricordo, un chi o un cosa da un altro chi o cosa: il cervello, si sa, economizza, tenendo vive solo le informazioni utili. Informazioni cui, d’altro canto, non attingevi più già da tempo (è noto che occorrono pochi minuti perchè l’olio si separi dall’acqua): ma la riconferma della musica, per noi così importante, è un ulteriore piccolo “bentornato” sussurrato in queste ore tranquille prima di pranzo.

Come in Italia quindici anni fa, alcuni angoli dell’Albania sono pieni di spazzatura: ma c’è aria di rinnovamento, e le spiagge piene di turisti e di ombrelloni, e i bar con grigliata di pesce sul mare promettono, entro poco, un paesaggio nuovo e migliore. Come in Italia quindici anni fa, la frutta è un po’ meno bella ma è buonissima, dolce, e se ne riconosce il sapore. Dove non c’è spazzatura, il mare è mozzafiato e spesso semideserto (la gente è pigra, come in tutto il mondo, e basta fare trecento metri tra gli ulivi per approdare a spiagge paradisiache).

In giro, solo Mercedes; tutti sono extra tirati (sembra d’essere a Milano e, immersi nella nightlife di Tirana, sfiguriamo, noi turisti dalle scarpe basse, nei lounge bar alla moda): nuovi occhiali da sole e calzature supercool cancellano il ricordo del malessere economico. Guidando fuori città, però, puoi ancora vedere le mucche per strada.

Sopra: Tirana

Sopra: mucca a passeggio

La gente sorride. Se chiedi di un buon ristorante, ti ci accompagnano in macchina (mangiamo pesce alla griglia e carne alla brace per 5/8 €, bibite comprese); se dici che sei italiano, ti raccontano la loro storia là, o quella di qualche parente (troviamo Idlir, che ha abitato in Piemonte vicino alla mia città natale; e Samir, vecchio e con gli occhi larghi e buoni, che ci dice con fierezza del suo papà, laureato in Veterinaria a Torino nel 1938); elencano con perizia i cantanti italiani (rigorosamente solo i peggiori) e hanno sempre una parola gentile per la città che li ha accolti. Credono che non siamo razzisti (i Greci sì che lo sono, invece!). Mi chiedo da dove venga questa convinzione, ma mi dico che comunque è un fatto positivo. Quando spieghi che sei là per visitare l’Albania, perchè eri curioso, sono contenti e orgogliosi: più volte ci dicono: “Gente crede che in Albania si suscedono le cose, invesce no, è tranquilo qui!”; verissimo. E’ tranquillo. Niente terra estrema, niente povertà diffusa (la povertà è, piuttosto, puntiforme: sul lungomare di Durazzo, qualcuno fa l’elemosina), niente terzo mondo, nessuno che assalti i turisti. Famiglie in vacanza con la macchina strapiena del neonato consumismo, fidanzati in gita marinara romantica, modesto struscio e divertimento pacato sui lungomare la sera, tra i ristoranti, i venditori di pannocchie e i bar con la musica dance: buonumore ferragostano, turisti albenesi, kossovari e macedoni.


Tutto è facile, in Albania (tranne forse percorrere alcune strade: le stanno allargando tutte, ed è pieno di lavori in corso), perchè la gente è accogliente e ogni cosa, a noi occidentali in visita, costa poco. Si mangia tanto e benissimo, si beve una buona birra e un ottimo vino.

Il paesaggio, in un attimo, si fa da cittadino a campagnolo, da marittimo a montano-coi-pini-e-tutto, da brullo a boscoso (di quel bosco verdeverde tipo Irlanda o nord Itaia), dove scorre un fiume e c’è una sorgente d’acqua che va giù trenta metri e per questo si chiama “Occhio Blu”.

Sopra: Saranda, sorgente dell’Occhio Blu

Visitiamo Tirana, poi i piccoli paesi di Kruje (col suo castello bellisimo), Berat e Girokastra (bianco accecante per terra, ardesia sui tetti). Tra Berat e Girokastra ci fermiamo ai siti archeologici di Apollonia e Byllis. Byllis in alto, sul crinale della collina, è deserta, al tramonto, e sotto c’è la valle a perdita d’occhio e un fiume reso lucido lucido dal sole che cala, come quelli che si vedono dall’aereo. Poi viaggio in macchina col buio, quattro ore per arrivare a Girokastra, la strada non è illuminata ma c’è una luna piena enorme che rischiara le montagne e le vallate, e a ogni curva siamo più in alto e ci si spalanca davanti agli occhi qualcosa di bello: l’autorevolezza dello spettacolo ci impone il silenzio, e noi tre dietro, stretti sul sedile, guardiamo fuori e pensiamo a chissà cosa. La magia della notte e quella luce di velluto imbevono gli occhi miei, di Laura e di Francesco. A tratti si dorme.

Kruje

Kruje

Berat

Berat

Berat, auto agghindata per matrimonio; i matrimoni sono oltremodo kitsch…

Arrivati alla meta, il miglior Kebab degli ultimi sette anni: lì, come in Turchia, lo fanno con la carne fresca: alla mattina infilzano le bistecche a una a una; alla sera, il gyros è quasi finito. In Italia, invece, la carne è tutta, tutta, rigorosamente surgelata.

Girokastra

Dopo Girokastra, passato il passo di Llogarja (1000 mt) e mangiato in un ristorante tra i pini, ecco Saranda e il sito archeologico di Butrinto, in una laguna che ti pare d’essere in Camargue. Dopo cinque giorni di mare tra Saranda e Himara (a volte le mucche arrivano fino in spiaggia: faccio la felicità di una di loro regalandole un burek agli spinaci che non mi va di mangiare: quando lo vede, e capisce che glielo sto offrendo, tira fuori la lingua e spalanca gli occhi proprio come fanno i cani, poi lo sfila con delicatezza dalle mie dita), si torna a Durazzo. L’ultimo pranzo d’agnello arrosto, l’ultimo raki, ed è già ora di salire in nave.

Intanto, l’estate è finita. Dopo aver salpato, a poppa, il porto che si allontana ci intima lo stesso silenzio di quel viaggio di notte, tra Byllis e Girokastra.

Passo di Llogarja

Apollonia

Apollonia

Porto di Durazzo

Benicàssim 2008

•Luglio 27, 2008 • 5 Commenti

Inutile dirlo, il XIV Festival Internacional de Benicàssim è stato una figata pazzesca. Cinque giorni non-stop di musica-mare-buon cibo, con una densità media di quattro individui a metro quadrato. Un’infinità di persone, e le tende accatastate a dieci -sul serio, dieci- centimentri l’una dall’altra. Bagno di folla, fauna interessante, ci si riscopre animali nel giro di mezza giornata.

I migliori, a mio modesto parere e in ordine rigorosamente cronologico: Sigur Ros, Fujia & Miyagi (ottimi…davvero ottimi), Spiritualized, Tricky, The National, Leonard Cohen.

Leonard Cohen, in particolare, grandioso: un signore, un uomo d’altri tempi, e soprattutto un musicista coi controcazzi (la qual cosa si sapeva, ma vederlo dal vivo ti dà la misura di quanto sia davvero un pilastro della musica mondiale). Alla sua età, vedere una distesa infinita di giovani che ti applaudono in maniera così calorosa (applausi così lunghi li ho sentiti solo durante il suo concerto) deve essere una bella soddisfazione. Commovente, coinvolgente, e tecnicamente perfetto.

Sopra: Sigur Ros

Sopra: The National

Sopra: Fujia & Miyagi

Sopra: Leonard Cohen

Sopra: noi tre!

Per il resto, volendo volgere l’attenzione al gossip “interno”, ossia a quel che è successo tra di noi (l’orso, il filosofo-gattone e io), non sappiamo tutt’ora a chi tributare l’onore del titolo “fighetta della vacanza”: l’Orso si è ustionato come un bimbo il primo giorno (cosa che ha dato inizio a qual fenomeno per cui, in ogni vacanza, ci sono una o due frasi che vengono ripetute all’infinito in ogni situazione: ogni amore ha la sua canzone, ogni vacanza ha la sua frase idiota; in questo caso: “Ma hai messo la crema?”) e temeva incredibilmente i cessi chimici; in compenso, però, ha dimostarto grande competenza e senso pratico nel montare la tenda. Il filosofo, invece, ha portato uno zaino che da solo era grande come quelli mio e dell’Orso messi insieme, come una signorina d’altri tempi. Io, invece, partecipo alle nominations solo in quanto donna, non essendoci altre particolari ragioni per essere in gara…eheheheheh!

Sopra: il carnaio: situazione delle tende nell’area campeggio…

Altro ritornello della gitarella è stata la frase: “…Che detta così…”, essendo successo più e più volte che ci impelagassimo in una serie di doppi sensi involontari, di cui si darà di seguito un breve saggio:

1) Parlando della scheda della macchina fotografica; ho perso il cavo, e chiedevo all’Orso se poteva scaricarle lui sul suo pc, una volta tornati a casa, dato che io non ho un lettore per le card:

Orso: - Ma quanto è grande?

Io: - 256 Mb.

Orso: - No, non la dimensione in Mb, la dimensione fisica.

Io: - Boh? E Che ne so?

Orso: - Ma come non lo sai? Dovresti saperlo.

Io: - Senti, dopo te la faccio vedere.

Filosofo: - Che detta così…

Io: - No, volevo dire che quando torniamo a casa te la dò!

Filosofo: - Che detta così…

Io: - Va bene, va bene, senza doppi sensi: quando torniamo a casa tu la metti dentro e vedi se trovi la porta adatta…

Filosofo: - Che detta così…

2) Parlando della crema solare:

Orso (al filosofo): - Girati che te la metto.

Io: - Che detta così…

3) La tenda aveva due ingressi; l’Orso era seduto davanti a quello “principale”, e non aveva voglia di spostarsi, ma al Filosofo serviva un oggetto all’interno della stessa.

Orso: - Entra da dietro.

Io: - Che detta così…

————–

E altre amenità simili che probabilmente interesseranno poco i Lettori. Ma era solo per dare un’idea dell’idiozia vacanziera.

Sopra: in linea con quanto appena descritto, ecco una foto che non voleva essere ambigua (voleva mostrare la mancanza di peli sulle caviglie del Filosofo, attraverso il confronto con il mio polpaccio) ma alla fine è risultata ambigua.

Sopra: il mare

Per il resto, mare fantastico e deserto: noi stavamo su una meravigliosa spiaggia bianca di sassetti, mentre gli inglesi si ammassavano come maiali nei carri bestiame sull’unico pezzetto con la sabbia. Gli inglesi costituivano il 99,9% circa dei partecipanti al festival, e non sto scherzando, c’erano SOLO inglesi, soprannominati Stupidi Inglesi a causa del fatto che gli uomini urlavano tutto il tempo e le donne starnazzavano tutto il tempo, lanciandosi addosso birre da 5 € l’una in continuazione; in particolare, abbiamo dovuto spostarci durante il concerto dei Sigur Ros perchè tre galline imbecilli stavano a raccontarsi, gridando e sovrastando la musica con le loro voci querule, cazzate che avevano a che fare con pompini ed altro con uno stile tipo scena nei cessi femminili di Trainspotting, salvo poi, da vere groopies disinteressate alla musica ma interessatissime all’evento cool (erano proprio moooolte le persone appartenenti alla categoria), alzare le mani e lanciare un gridolino, e applaudire, nei momenti in cui il resto del pubblico lo faceva. Poi tornavano subito ad ammorbare la gente circostante con le loro storie di pompini. A me mettevano anche un certo timore, vista la stazza imponente.

Sopra: bivacco di inglesi nel paese di Benicàssim

Sopra: ultimo giorno: inglesi che attendono il treno alla stazione di Benicàssim. O meglio, attendono il secondo treno, perchè la folla che vedete è “solo” quella che non è riuscita fisicamente ad entrare in un treno passato circa due minuti prima dello scatto.

Abbiamo anche fatto una gitarella furori porta a Valencia, ottenendo i biglietti del treno grazie allo sbattimento di ciglia della sottoscritta: arrivati in stazione, che in quanto a dimensioni sarà stata tipo quella di Granarolo nell’Emilia, con un solo sportello, abbiamo trovato una coda di circa duecento persone che dovevano fare il biglietto per partire nei giorni successivi, così mi è toccato chiedere al primo inglese della fila se poteva gentilmente farmi passare perchè il mio treno partiva subito…e alla fine ce l’abbiamo fatta!

Sopra: cattedrale di Valencia

Sopra: Valencia, kebab fallocratico

Sopra: valenciana a passeggio

Sopra: Spiritualized; il vigile del fuoco è lì costretto a star sotto le casse. Ride con i colleghi, prendendo in giro il pubblico, che lui proprio non ci trova nulla di buono, in tutto quel casino infernale…attorniato da vacanzieri in estasi e fotografi in carriera provenienti da tutt’Europa (anche da Milano, con l’attrezzatura pagata dal papi e l’università in standby da decenni, sedicenti spocchiosi artisti “io sì che ce la farò!”, creativi senza un minimo di autoironia), il vigile del fuoco se ne sta cheto, coi tappi nelle orecchie, aspettando la fine del turno. Lui che in mezzo al delirio lavora per davvero, a mille euro al mese. Come si dice: “un soldo per i tuoi pensieri”…

In Spagna con l’Orso e il Gattone

•Luglio 15, 2008 • 3 Commenti

Domani si parte.

E’ tutto pronto: infradito, tenda, stuoie e orecchie.

E’ stata perfino stabilita la posizione in cui dormiremo in tenda: l’Orso in mezzo, per questioni di simmetria, estetica, ordine univarsale e contenimento dei suoi involontari movimenti notturni (il Gattone ed io temiamo di ritrovarci avviluppati nella tenda come un wurstel in un hot dog).

Io, per parte mia, cercherò di convincere i due baldi giovani a indossare soltanto sandali aperti, onde evitare la presenza di calzini nei dintorni della nostra canadese…ma a dire la verità i tentativi di persuasione finora effettuati non sembrano aver sortito i risultati sperati.

A presto, Stimatissimi Utenti.

Vi penseremo, tra un concerto e l’altro, o mentre ci staremo trasferendo, sciabattando nelle nostre infradito, dalla spiaggia al bar.

Femmine

•Luglio 6, 2008 • Nessun Commento

Senza voler generalizzare e lontani dal voler offendere la “coscienza di genere” di alcune donne, racconterò un fatto curioso in cui mi è capitato di imbattermi spesso, e per la prima volta, negli ultimi mesi.

Le scenate di gelosia tra femmine sono incredibilmente divertenti: prima dei vent’anni, non le avevo mai, mai viste; per una serie di strane coincidenze del Caso il fenomeno mi era rimasto sconosciuto. Non è questa la sede di indagarne le ragioni, che credo comunque abbiano a che fare con le mie amicizie prevalentemente maschili e con i posti che frequentavo prima di trasferirmi nella Grassa Bologna (i boschi dove andavo a fumare, i locali lercioni col biliardo e le feste fricchettone non sono esattamente i luoghi dove le scenate di gelosia tra femmine trovino l’humus adeguato per scatenarsi in tutta la loro virulenza).

Quando poi, aperti i miei giovani e ingenui occhi sulla giungla universitaria, ho sentito raccontare dalle mie nuove amiche di fatti simili, non solo non volevo credere alle mie orecchie (un nuovo universo si dischiudeva dinanzi a me, spazzando via parte delle categorie con cui avevo interpretato il mondo fino a poco tempo prima), ma anche speravo ardentemente di non dover mai essere l’oggetto delle ire funeste di qualche altra donna.

Mi sapevo debole, completamente impreparata e assolutamente incapace di sostenere un’eventuale discussione di quel tipo. Posso mangiare la faccia a qualcuno se si parla, che so, di laicità dello Stato, ma la fenomenologia, la sociologia e le dinamiche comunicative delle frecciatine di gelosia rimanevano un campo nel quale ero (e sono) del tutto ignorante.

Le domande si affastellavano, pressanti, all’interno della mia dubbiosa mente: come avrei reagito se mi fosse capitato di essere attaccata da un’altra femmina? Non avevo armi: nè quelle retoriche delle battute al vetriolo, nè quelle fisiche delle mani: detesto le risse fra donne, e le due o tre volte che ho fatto a botte abbastanza seriamente è successo con uomini (per fortuna ubriachi o molto gracili, cosa che mi ha dato la possibilità di uscirne vincitrice); nè avevo il benchè minimo allenamento: quando ci si pesta per gioco con gli amici, di certo non ci si tirano i capelli o ci si graffia la faccia.

Invece negli ultimi mesi il fenomeno delle scenate di gelosia tra femmine mi ha riguardata di persona in un numero consistente di casi. E con mio grande stupore, ho scoperto che non solo c’è un modo di venirne fuori con estrema facilità, eleganza e pacatezza, ma che mi divertono ai limiti dell’inverosimile: ora capisco perchè i miei amici maschi non vedevano l’ora di veder litigare due donne (anche senza arrivare alle mani, cosa che piace loro per altre ovvie ragioni)!

E’ successo diverse volte nell’ultimo mese (se si contano anche gli isterici tentativi da parte di una certa signorina di mettermi i bastoni tra le ruote -in ambito non sentimentale-: qui la scenata non è originata dalla gelosia per un uomo ma da pessime condizioni relazionali e sociali in cui si trova la poveretta, che peraltro pesta una merda ogni volta che ci prova), l’ultima ieri sera. Ho scoperto che ci sono diverse fasi:

1) Lo studio: la femmina che aggredisce, che chiameremo “femmina x”, osserva attentamente e ascolta la femmina che sta per essere aggredita, che chiameremo “femmina y”. Spesso la femmina x si trova in una situazione tale per cui non vede l’ora di incazzarsi, a priori (perchè ha il ciclo, perchè il suo uomo un minuto prima ha fatto un commento sul culo di un’altra eccetera).

2) La femmina y è ancora ignara di tutto, e sorseggia il suo drink con grande beatitudine; a tratti conversa perfino con la femmina x.

3) La femmina x comincia a farsi nervosa e inquieta; guarda spesso dall’alto in basso la femmina y, che nel mio caso rimane ancora ignara (solo alla fine di tutto reinterpreterà i piccoli episodi occorsi come primi sintomi dell’incombente crisi isterica).

4) Fase delle frecciatine “di riflesso”, non proferite parlando direttamente alla vittima ma dette parlando a qualcun altro, dapprima sussurrando, poi con un tono sempre più alto (questa fase può anche non essere presente).

5) Fase dell’attacco vero e proprio: quando la femmina x si sente pronta, procede all’aggressione: basta aspettare che la femmina y dica una cosa qualunque (anche: “Che bella giornata, oggi!”), ed è fatta: il suo volto si contorce in una maschera d’astio malcelato, diventa rosso o violaceo e, con una voce leggermente distorta dal disappunto, lei dichiara senza mezzi termini che pensa esattamente il contrario di ciò che ha appena detto la femmina y (ripeto: la frase della femmina y, che scatena l’aggressione, può assumere un’infinità di sfumature dall’assolutamente incontestabile al fortemente discutibile, ma la reazione è sempre la stessa). L’aggressione della femmina x, in mancanza di uno spunto proveniente dalla femmina y, può anche manifestarsi attraverso un commento a caso su una cosa qualunque riguardante la femmina y, cioè una battuta al vetriolo piovuta come un fulmine a ciel sereno, che dichiara in maniera ancora più esplicita l’inizio della guerra.

La fase 5 è la più divertente in assoluto: le femmine x infatti appartengono nella maggioranza dei casi alla categoria delle “donne puro istinto ed emotività” e si segnalano quasi sempre come completamente irrazionali: perciò, di solito, la miccia che fa esplodere lo scontro consta di una cazzata epocale che rivela subito lo scopo della frase (in linguistica pragmatica il fenomeno dello scopo di una frase è studiato molto attentamente): non la comunicazione, ma l’aggressione. Se ce ne sono, gli astanti rimangono impietriti per qualche istante, con il bicchiere a mezz’aria e gli occhi vitrei.

Dopo la fase 5 lo svolgimento del conflitto può assumere due direzioni diverse a seconda del carattere della femmina y: se ella è irrazionale come la prima, cercherà goffamente di rispondere per le rime (ma non si può, data l’assoluta mancanza di senso logico della frecciata che ha segnato l’inizio del conflitto); se invece è freddamente razionale, l’aggressione non ha modo di proseguire e svilupparsi.

Ed è qui che inizio a divertirmi: ho scoperto che posso godermi la scena, pur essendone coinvolta! Infatti, se si lascia cadere la provocazione, se la si aggira, se si rimane fermi e pacati, la femmina x letteralmente impazzisce. Continuerà per un tempo “z” a cercare di attaccare, ma gli artifici retorici di cui occorre essere in possesso per portare al fallimento tali tentativi sono davvero semplici: quindi si può resistere, senza troppa fatica e senza rovinarsi la serata, per tutto il tempo necessario. La femmina x è sempre più rossa, sconvolta e irrazionale. La femmina y ordina un altro bianco. E così all’infinito, finchè gli attacchi non cessano e l’astio all’interno dell’animo della femmina x è tale che tutti i presenti vorrebbero essere chiunque, quella sera, tranne il suo fidanzato, che nel frattempo ha intuito la crisi, e si prepara con occhi terrorizzati a uno sfracellamento di maroni che potrebbe durare anche tutta la notte (perchè nell’impossibilità di litigare con la femmina y, la femmina x riverserà probabilmente tutta la sua ira sul maschio).

Comunque la vita è proprio strana; giuro che ieri non ho fatto assolutamente niente, tranne starmene spalmata su una sedia a fare l’aperitivo: al mio bar ci sono pochi tavoli, quindi ci si siede tutti insieme, anche se non si è amici stretti; d’altronde, a questo punto di luglio compaiono e resistono solo i clienti abituali, i fedelissimi, quindi un po’ ci si conosce tutti di vista.

E va bene: loro si sono seduti con noi; capisco la di lei gelosia (lui è davvero carino, non si può affermare il contrario), ma ci siamo scambiati solo tre o quattro frasi tutte concentrate in 5 minuti a inizio serata, peraltro banali: scoperta la comune provenienza piemontese e il coinvolgimento di entrambi, diciamo così, nel “mondo universitario” (lui che già c’è, io che vorrei continuare a studiare, in futuro), ci siamo detti le solite quattro cazzate che immaginerete possano venir fuori in un simile contesto: “Scappa via finchè sei in tempo dall’Università”, “Che belli i colli del Monferrato”, e basta.

Ma il mistero della forza oscura che scatena l’odio delle femmine x è forse la parte più affascinante di tutto il fenomeno: e noi vogliamo lasciarla così, inesplorata e inesplicabile, e prenderla come un dono di Dio, senza farci troppe domande, consapevoli, come i filosofi medievali, che la mente umana, con la sua razionalità, non può arrivare a comprendere tutto, e che deve, a un certo punto, deporre le armi e arrendersi alla semplice e pura Contemplazione.

Per un amico…

•Luglio 5, 2008 • Nessun Commento

[Questo post, che annoierà tutti coloro che non conoscono i fatti pregressi, è dedicato al mio amico L*. Ma, come sempre, potrete comunque trarvi significative lezioni di vita, Gentili e Stimatissimi Utenti].

Con tutte quelle montagne intorno, la sera è nerissima a Trento; ma l’atmosfera estiva si fa sentire anche là (Trento è una delle città in cui vivo da qualche mese…sì, sono diventata apolide…spalmata tra Trento, Bologna e le dolci terre natìe…inseguendo amici, scavi archeologici e libri introvabili). Siamo usciti, tutti insieme, noi truppone di archeologi (ultimamente la compagnia, che non è mai la stessa, s’è fatta particolarmente piacevole…).

Passare la giornata a prendere “sassi” sporchi di terra, lavarli con cura, scoprire sotto alla malta e al fango le decorazioni scolpite, pensare che quel che vedi tu, che tocchi tu, non lo vedeva nè lo toccava nessuno da milletrecento anni, che è stato seppellito, in silenzio, sotto al pavimento di una chiesa e che ha aspettato lì, fermo e sconosciuto, per decine di secoli, mentre sopra, “in superficie”, si recitavano omelie, si diceva messa, si facevano concili e si aspettava la fine degli inverni o delle guerre, sapere tutto questo ha qualcosa di profondamente fisico e fortissimo. Ti mette l’animo in un mood particolare. Senti che ami qualcosa con decisione. E dopo una giornata così, -a lavare, riporre, spostare casse pesantissime, sporcarsi di malta e di calce- uscire a prendere una birra ha un valore diverso rispetto al solito.

Lei, guidando, dice: metti un cd; sfoglio con poca convinzione. Poi lo vedo: Smash degli Offspring!

Ebbene: quattro cazzoni in una panda bianca con gli Offspring a un volume inconcepibile in qualunque zona al di sopra del Po; Smash: i sedici anni di tutti.

Allora ho pensato al mio amico L* che, come direbbe Schultz, è attualmente “nelle peste”; avrei voluto che fosse lì anche lui, perchè mentre si ascolta quel cesso di disco, che tutti abbiamo amato tanti anni fa [si diceva o no, caro L*, che la musica è l'unica cosa che riesce a strapparti il cuore anche a distanza di secoli, e che si può essere insensibili alle fotografie, ai feticci e ai film malinconico-nostalgici, ma non alla musica?], non si può essere pensierosi o infelici; non si può proprio, di fronte a tanto: gli Offspring e la tua beata gioventù.

Quindi se il male è in parte la musica, può allo stesso tempo essere il rimedio: vorrei che il caro L*: sbattesse gli Offspring on air a mille decibel e pensasse alle sagge parole della mia amica S*, che in un geniale aforisma, tempo fa, mi disse: “Nel dubbio, io mi scoperei mezza Bologna”.

E non mi si dica che predico bene e razzolo male: come diceva Seneca, bisogna guardare a ciò che il filosofo dice, non a ciò che il filosofo fa. Il filosofo è libero di non seguire i consigli.

Vorrei che il mio amico L* prendesse le cose più alla leggera: non avrà forse a disposizione mezza Bologna, ma gli rimane mezzo Piemonte [e anche al di là del Ticino c'è tutto un mondo da scoprire...].

A ventisei anni, non bisogna perdere troppo tempo a soffrire per alcune categorie di bazzecole.

Ci vediamo a Valencia, con il caldo umido soffocante nella tenda, il bagno al mare alla mattina appena alzati e i concerti con i capelli annodati e sporchi di sale.